12 febbraio 2010

In Italia la colpa è del dottore.

In Italia succede spesso che ci siano degli scandali.
Hanno rubato miliardi ai tempi di Tangentopoli, prima di Tangentopoli e dopo Tangentopoli. La società italiana sembra malata di questo cancro di disonestà e corruzione che non si riesce a curare.

Se un dottore dicesse che hai il cancro e che ti devi fare la chemioterapia, facendo le corna da bravo italiano, sarebbe difficile prendersela con il dottore. Il cancro è cancro e va curato seriamente. Va tolto, eliminato, disintegrato, per guarire. Io, dall’Italia, vorrei eliminarlo. Mi secca molto quando parlando con gli stranieri mi dicono “Italiani: mafia”.

Ma in Italia non la pensano così: se l’Italia ha il cancro la colpa è del “dottore”, cioè dei magistrati che scoprono il ladro dei soldi che appartengono allo Stato, il ladro di quell’Italia che tutti dicono di amare, ma che pochi amano veramente e tanti sfruttano e infangano. In Italia la colpa è del dottore che scopre il cancro. Quanto alla cura nessuno ne vuole sapere. Teniamoci il cancro, sembrano dire molti italiani che col cancro convivono benissimo. Del resto si sa, in Italia si mangia bene, il clima è buono (beh, se si escludono questi giorni di metà febbraio), gli italiani sanno come arrangiarsi e tutti “tengono famiglia”.

Oltre al “dottore” un altro che in Italia non va tanto bene di questi tempi è il giornalista che vuole fare il mestiere di giornalista, cioè il mestiere di chi scrive senza chiedere il permesso ai potenti e senza pensare cosa può dispiacere al potente (la famosa autocensura).
I giornalisti in Italia hanno problemi se non sono d’accordo con i potenti.
I giornalisti spesso stanno dalla parte di chi li paga meglio. Mica solo soldi: benemerenze, direzioni di giornali, fondazioni, trasmissioni RAI e Mediaset, amicizie, titoli e favori.

La figura che più va di moda oggi in Italia, invece, è quella che una volta gli inglesi chiamavano educatamente “the good-time girl”, recentemente nota anche come “escort” che in italiano si potrebbe tradurre con “ragazza antistress”, visto che si occupa prevalentemente di “massaggi anti-stress”.

E così, tra una ruberia e una ragazza antistress (ma c’è anche chi preferisce i travestiti) stanno distruggendo l’Italia di Garibaldi e Mazzini, di Verdi e Marconi, di Rosselli e Pertini, di Mattei e Falcone. Stanno distruggendo l’Italia nostra, questo Paese che amiamo e veneriamo con passione da quando ci siamo nati, cresciuti, vissuti, da quando abbiamo respirato i suoi mali, ma anche tutte le sue bellezze e la sua forza, le sue tradizioni e la sua unicità, l’italianità di cui siamo orgogliosi protagonisti e testimoni e senza la quale il mondo non sarebbe più lo stesso.

Quel che sembra contare oggi sono solo i soldi non importa fatti come oltre alle immancabili good-time girls.
Tutti d’accordo, felici e contenti, dunque? Voi che ne pensate?

Mio padre che ha 96 anni e ne ha passati 43 nell’Arma dice di non aver mai visto tempi più balordi.
Come dargli torto?
© RIPRODUZIONE RISERVATA PAOLO GIUNTA LA SPADA
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05 febbraio 2010

Le Terre di Nessuno.



La teoria delle macchie di leopardo.

Se vai a New York o a Los Angeles, nel cuore più ricco del pianeta, ci sono quartieri dove non si può andare, è pericoloso, ti sgozzano o ti derubano, soprattutto di notte. Nel 1993 a San Francisco, per andare al cinema, ho attraversato inavvertitamente a piedi un’area che l’albergatore definì “dei tagliatori di fegato”. Avevo visto brutti ceffi, ma mi era andata bene e mi aveva aiutato l’abito non lussuoso e il mio passo, come sempre ampio e veloce. Queste città hanno un tessuto urbano “a macchia di leopardo”: in alcuni posti puoi andare, in altri non è raccomandabile. Lì c’è un quartiere residenziale, dietro c’è un quartiere povero e pericoloso, là un centro di lusso e dietro il sobborgo dei poveri, non c’è una divisione netta e globale, c’è un tessuto a “macchia di leopardo”, a volte basta percorrere un isolato in più per entrare in una zona “proibita”. Il modello “americano” è largamente presente in Africa in una variabile peggiorata. Nelle metropoli africane gli slum circondano i quartieri della classe media, le discariche ingoiano le aree una volta popolate dagli impiegati. I ricchi vivono nei loro verdi quartieri sempre più protetti come a Johannesburg, Lagos o Nairobi: cancelli chiusi, filo spinato, electric fence sui muri di cinta, panic button nelle case collegate alle agenzie private della sicurezza. A Nairobi, in Kenya, dietro il quartiere residenziale e lussuoso di Loresho c’è un piccolo slum di due o tremila persone; dietro la lussuosa scuola Braedburn a Lavington c’è un altro slum; non molto lontano da Karen-Langata, l’area immersa nel verde dove visse Karen Blixen, c’è Kibera, uno slum di un milione di abitanti che ogni giorno cresce di qualche metro.

Applicate la teoria delle “macchie di leopardo” al pianeta. Se entrate nel sito del Ministero Affari Esteri, nelle pagine dedicate agli avvisi rivolti ai viaggiatori italiani in partenza, scoprirete che non si può andare o è “fortemente sconsigliato” recarsi in molti posti del mondo e che tali luoghi sono il doppio, il triplo o il quadruplo di quelli che erano segnalati 20, 30 o 40 anni fa. Alla fine degli anni ’70 si andava dall’Italia all’India in pulmino o da Il Cairo a Capetown con mezzi locali. Erano avventure, ma si facevano, abbiamo fatto quelle traversate che duravano mesi come migliaia di altri turisti e viaggiatori dell’epoca. Oggi è impossibile. I posti dove non si può andare crescono, si sviluppano, aumentano. Le macchie di leopardo diventano sempre più grandi e finiranno per “ingoiare” il resto del mondo. Finora le società ricche hanno considerato le guerre in Africa e in Asia come qualcosa di molto lontano, che non riguarda il mondo moderno. Voglio mettere in guardia da tale atteggiamento.

Le Terre di Nessuno

Quando c’è la guerra si scappa. Nel nostro pianeta esistono zone molto sicure, altre poco sicure e altre ancora dove le guerre e i conflitti rendono la vita impossibile. Tutti conosciamo il fenomeno dell’emigrazione che segue un conflitto armato: quando c’è la guerra la gente scappa, si mette in salvo, cerca un altro posto dove vivere. In Africa, e nel Corno d’Africa in particolare, la situazione è grave al punto in cui una larga fetta di territorio risulta estremamente insicura: la gente non ci può vivere e scappa.
Guardate la carta geografica dell’Africa. Se congiungete il Darfur con il Sudan meridionale e il Sud Juba, e questo con il Triangolo di Ilemi, con il delta del fiume Omo, il nord Turkana Lake, il nord Marsabit e il deserto del North Horr nel nord del Kenya, l’intera Somalia, più l’Ogaden etiopico, ottenete una fascia di territorio più grande di Francia, Spagna, Portogallo e Italia messi insieme. Una terra infinita dove non esiste alcuno stato, se per stato intendiamo un’organizzazione presente giorno e notte capace di fornire ai cittadini le strutture necessarie alla convivenza pacifica e allo sviluppo sociale, culturale ed economico: non esistono scuole, università, ospedali ben attrezzati (se si escludono quelli, rarissimi, delle organizzazioni umanitarie che lavorano in perenne stato emergenziale). Non c’è elettricità erogata e non si trovano quaderni per scrivere, medicine, garze, disinfettanti o antibiotici. Non c’è acqua buona da bere e l’approvvigionamento dell’acqua, comunque sporca e contaminata dal bestiame, è legato ai pochi borehole esistenti. In tali regioni le donne sono forzate a camminare per 10, 15 ore al giorno per riuscire a riempire un recipiente di liquido per la propria famiglia. Devono passare in luoghi deserti dove sono facilmente preda del primo sbandato che incontrano, di soldati, o di uomini di altri clan che le rapiscono per ridurle in schiavitù. Sono regioni dove nei rari mercati si vendono eclusivamente armi: una mina anti-uomo da uno a cinque dollari l’una, di fabbricazione americana, cinese, italiana, francese, russa, inglese, tedesca; pallottole di vario formato e calibro, fucili e mitragliatori di varia origine; razzi e granate. I pascoli vengono contesi a colpi di mitra AK47 e l’odio per il vicino della diversa etnia è radicale e coincide con la lotta per la sopravvivenza. “Il pascolo vicino all’acqua è mio, grazie ad esso sopravvivo”, dicono i Dassanech, “se lo prendono i Turkana moriamo tutti”. Turkana e Dassanech si scontrano per rubarsi vicendevolmente il bestiame e il territorio. Migliaia di morti ogni mese nelle guerre dimenticate di queste regioni incontrollate e su confini che esistono solo sulle carte politiche degli atlanti geografici. Samburu, Turkana, Pokot, Hammer, Surma, Mursi, Dassanech e molto più a nord i popoli Dinka, Nuer, Zande, le bande di Janawid, più gli eserciti nazionali, le varie bande armate e i gruppi di shiftà si affrontano ogni giorno. Sulla carta geografica queste regioni andrebbero segnate con il colore nero e chiamate Terra di Nessuno perché la guerra impedisce la normale vita civile, gli investimenti economici, l’istruzione, la cultura.

La fuga

Nonostante il continuo sviluppo industriale, il grande consumo di risorse e gli sprechi tipici delle società moderne, la povertà globale, cioè il numero dei poveri in cifre assolute, aumenta. Quando arriva una guerra o una crisi radicale i poveri fuggono perché non hanno niente da perdere. Scappano con i “barconi della speranza” attraverso il Mediterraneo, ricominciano tutto daccapo, pronti ad affrontare la fatica e l’incertezza del viaggio senza ritorno, la fame e l’arsura, le umiliazioni per moglie e figli, il rischio di morire in mare. Nella memoria e nel fondo dei loro occhi ancora accecati dal caldo sole d’Africa c’è l’immagine della capanna incendiata, il villaggio distrutto, le ragazze stuprate davanti ai genitori e ai mariti, le madri violate davanti ai figli, i soldati col pick-up e la mitragliatrice piazzata sopra che non danno tregua, i banditi sempre in agguato. Si lascia un nulla fatto di capanne nel deserto, di pascoli arsi. Ho visitato molti villaggi nel Sud Etiopia, nel Sud Sudan e nel Nord Kenya: nei posti più fortunati e ricchi d’acqua i bambini stanno tutto il giorno su delle piattaforme di legno per scacciare gli uccellini che mangiano il mais, le capanne sono fatte di pochi rami secchi perché ci si deve spostare alla ricerca di pascoli, le mucche sono magrissime. Le tempeste di sabbia non danno tregua. I conflitti con le tribù vicine sono inevitabili. Così molti preferiscono trasferirsi nelle grandi città con il miraggio del lavoro facile. Finiscono per vivere in baracche senza un servizio igienico, senza acqua, senza scuole per i figli, senza medicine, senza un lavoro che non sia avvilimento, prostituzione o schiavitù. Trovano un salario basso che assicura solo la fame e nuovi stenti. A quel punto partono per la seconda volta, ma con destinazione un paese ricco. Lasciano per sempre il vicolo dello slum e la baracca fatta di cartone, polvere e buste di plastica.

Europa e Africa

Se non si studia l’Africa di oggi e non si considerano le guerre africane non si capisce l’emigrazione. Se non si conosce l’emigrazione non è possibile governarla. Integrazione, cittadinanza, repressione della criminalità, rilascio dei visti, respingimenti: sono temi che, se non si studia la realtà, non possono essere considerati con serietà, sono solo spot elettorali. Oggi anche Gesù, da straniero quale era, sarebbe respinto, cacciato, mandato indietro. L’Europa ha colonizzato l’Africa, l’ha sfruttata, schiavizzata ed erosa nelle sue risorse. Oggi appare come colui che non vuole sapere cosa succede al vicino che sente tutti i giorni morire, fino a quando la casa del vicino brucia e scoppia anche la sua. Il mondo globale è un’opportunità per fare business e arricchirsi, ma non ha cambiato la sorte di miliardi di poveri del pianeta. In questi anni, inoltre, siamo silenziosamente passati dalla “guerra alla povertà” alla “guerra ai poveri” condotta su larga scala.

La Madre di tutte le guerre: il Corno d’Africa

Le regioni del Corno d’Africa partono dalla Somalia, la punta e l’estensione orientale massima del Corno. Non è un caso che la pirateria di oggi sia nata ed agisca davanti alle coste somale. I pirati somali hanno sequestrato 300 persone che il mondo ha dimenticato, hanno dodici navi sequestrate nella loro base, detengono capitali immensi nelle banche di tutto il mondo, riciclano i soldi “sporchi” con investimenti legali in tutto il mondo (dal Kenya alla Gran Bretagna), hanno operato 68 dirottamenti solo nel 2009 e lanciano i loro attacchi dal Golfo di Aden alle Isole Seychelles. Nessuno interviene in Somalia per far cessare le loro attività criminali e nessuna grande potenza si è mai sognata di dare un’occhiata al porto di Eyl che è la loro tranquillissima base operativa. Sono passati 23 anni dalla caduta del dittatore Siad Barre: da allora la Somalia non ha più ritrovato un ordine civile o politico o una parvenza di struttura statale. Ci ricordiamo tutti il 3 dicembre 1992 quando la Risoluzione 794 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU imponeva l’invio in Somalia di una forza di pace con il compito di assicurare la distribuzione degli aiuti umanitari e ristabilire l’ordine: c’erano anche gli italiani e le televisioni di tutto il mondo trasmisero quel fatto come un avvenimento epocale. Le truppe americane, sbarcate in forze, furono accusate dai somali di proteggere gli interessi delle compagnie petrolifere Conoco, Amoco e Chevron. La sede della Conoco, all’arrivo dei marines, ospitò il quartier generale dell’Ambasciata USA a Mogadiscio. Le truppe ONU non riuscirono a mettere pace in Somalia, né a sconfiggere le bande armate che infestavano il territorio. Gli americani subirono pesanti sconfitte sul piano dell’immagine politica e militare e il 3 marzo 1995 tutte le forze di pace dell’ONU abbandonarono la Somalia senza aver raggiunto alcun risultato. Molte regioni somale (Somali Land, Punt Land, Juba Land, Galmudug) iniziarono a chiedere l’autonomia o l’indipendenza da Mogadiscio. Sorsero movimenti armati che tentarono di occupare il vuoto politico esistente nel Paese e rivendicarono la propria identità etnica, religiosa, territoriale. L’Unione delle Corti Islamiche iniziò un processo militare di aggregazione per l’unificazione islamica e fondamentalista della nazione. Gli USA, attraverso la CIA, finanziarono l’Unione delle Corti Islamiche nella speranza di infiltrarla con i suoi agenti e controllarne l’azione. Nel 2003, un Concilio di Restaurazione e Riconciliazione della Somalia stava guidando l’azione utile per ottenere la pace: mi ricordo di aver conosciuto alcuni suoi rappresentanti in una cena ad Addis Abeba, convinti di potercela fare e pieni di speranza per il futuro. Nel novembre 2004 a Nairobi, in Kenya, nasceva un Governo Nazionale di Transizione (TNG) che nel 2006 aprì la sua Rappresentanza ufficiale a Baidoa in Somalia. Infuriava la guerra tra le forze “governative”, rappresentate dall’Alleanza per la Restaurazione della Pace contro il terrorismo (ARPCT), e le formazioni antigovernative, guidate dall’Unione delle Corti Islamiche (ICU). L’ICU sconfisse le forze dell’ARPCT e occupò Mogadiscio. A quel punto l’Etiopia di Melles Zennawi decise di intervenire per restaurare l’ordine e contrastare i continui attacchi nel suo territorio ad opera del Fronte per la Liberazione dell’Ogaden (ONLF), sostenuto dalle Corti Islamiche e dall’Eritrea. Dopo una serie di dure battaglie, a Baidoa, Bandiradley, Beledweyn, Jowhar e Jilib, il 31 dicembre 2006 Kisimayo fu occupata dall’esercito etiopico e il giorno seguente, 1° gennaio 2007, il Capo del governo somalo Ali Mohammed Ghedi invitò le forze combattenti al disarmo generale e all’accettazione del nuovo ordine costituito. Nello stesso mese gli Stati Uniti attuarono attacchi aerei sulle posizioni dei gruppi armati a Ras Kamboni, presumibilmente nel tentativo di distruggere elementi di Al Qaeda infiltrati nelle forze dell' ICU. I consiglieri USA collaboravano con l’esercito etiopico. La guerra civile in tutto il paese riprese esattamente come prima. Per ristabilire la pace l’Organizzazione per l’Unità Africana, decise di schierare una forza armata di pace composta da 80000 soldati di tutti i Paesi africani, ma le fazioni della guerriglia somala decisero di opporsi alla presenza straniera. L’infiltrazione di gruppi jiadisti e quaedisti all’interno del territorio è accertata e conduce alla radicale islamizzazione del paese e all’instaurazione della Sharia, la legge coranica. L’anno 2009 è caratterizzato da un diffuso ritorno all’uso di autobombe e kamikaze imbottiti di esplosivo. Il 25 maggio 2009 le bande armate si scontrano a Mogadiscio con le forze governative che faticano a controllare la città. Il Presidente del Governo somalo Sharif Ahmed chiede aiuto all’estero ed è l’Etiopia che nel giugno 2009 riversa le sue forze contro le posizioni dei guerriglieri. Un attentato terroristico uccide il Ministro della Sicurezza Homar Hashi Aden. Il 3 dicembre 2009 nell’Università di Mogadiscio, nel corso di una cerimonia per la consegna dei diplomi di laurea ai giovani somali, un kamikaze vestito da donna si fa esplodere: muoiono 22 persone tra cui 15 studenti e 4 ministri del governo di Sharif Ahmed. Si tratta dell’ultimo di una serie interminabile di attentati che sconvolgono la vita della capitale somala dove quasi tutti i quartieri sono in mano a gruppi armati del tutto fuori controllo.

Non ho ancora citato l’Eritrea, una nazione che negli ultimi 60 anni è passata da un conflitto all’altro, quasi senza interruzione. Dagli anni ’50 fino al 1991 il popolo eritreo ha lottato contro la sottomissione forzata all’Etiopia e per la propria legittima indipendenza. Il Fronte di Liberazione dell’Eritrea ha combattuto contro l’esercito etiopico dell’imperatore Haile Sellassie fino al 1974 e, dopo la drammatica morte di Haile Sellassie, contro l’esercito etiopico del dittatore filosovietico Haile Mariam Menghistu. Finita la guerra nel 1991 con la vittoria delle forze tigrine ed eritree alleate sembrava aprirsi una stagione di pace e sviluppo per il popolo eritreo, ma non è stato così. La democrazia non è mai stata instaurata dal leader Isaya Afawork che governa senza interruzioni dal 1991. Dal 1998 al 2000 c’è stata una sanguinosa nuova guerra con l’Etiopia: circa 120.000 eritrei morti, circa 200.000 etiopici morti, secondo stime approssimative dell’ONU, per un totale di 320.000 morti. La guerra, dopo gli iniziali successi eritrei, fu vinta dall’esercito etiopico e persa rovinosamente dagli eritrei. Non è mai del tutto cessata. In seguito l’Eritrea ha preso indirettamente parte ai conflitti in Ogaden e in Somalia in funzione antietiopica, e si è scontrata con le sue forze navali nel Mar Rosso contro la marina militare yemenita per la rivendicazione del territorio circostante le belle isole Dahlak.

Anche il Kenya subisce attacchi nel Nord del Paese da parte di gruppi armati e formazioni politiche che si scontrano per l’uso delle risorse, acqua, pascoli, terre, bestiame, o per odio etnico. Nel Parco Nazionale di Samburu o nel Parco di Marsabit, dove nel 1994 e nel 1998 sono andato per turismo senza alcun problema, oggi si va con la scorta armata o, se si seguono i rapporti dell’ONU che raccomandano di non andare, si rinuncia al viaggio. Dalla Somalia, inoltre, sconfinano le bande armate che si infiltrano in profondità nel territorio, evitano i controlli dell’esercito keniano o etiopico, depredano le carovane di mezzi al confine tra Etiopia e Kenya e rientrano in Somalia. L’estremo Nord del Kenya sta diventando un’altra Terra di Nessuno che si aggiunge al già vasto territorio del tutto fuori controllo.

In Sud Sudan le notizie più recenti lasciano la speranza che possa tornare una parvenza di Stato. Per 60 anni il Sud animista e cristiano e il Nord islamico si sono fatti la guerra. Il governo ha appoggiato la distruzione sistematica della popolazione cristiana del Sud soprattutto a partire dal 1983 quando i cristiani si ribellarono all’introduzione forzata della Sharia, la legge coranica, e nacque l’SPLM/A, cioè il Sudanese People’s Liberation Movement/Army. La guerra civile unita all’abbandono dei campi e alle conseguenti carestie produsse 2 milioni di morti e 4 milioni di rifugiati. Il 30 giugno 1989 la situazione peggiorò ulteriormente a causa del colpo di stato guidato dal generale Omar H. A. Al Bashir con il suo Fronte nazionale islamico (NIF). Nel 1996 l'ONU irrogò delle sanzioni per il coinvolgimento del Sudan negli attentati di Cairo e di Addis Abeba contro il presidente egiziano Hosni Mubārak. Nel giugno del 2002 iniziò il dialogo fra il governo sudanese e il SPLM/A e, con la mediazione del presidente dell'Uganda Yoweri Museveni, si incontrarono per la prima volta il presidente sudanese Al Bashir e il leader delle forze ribelli John Garang. Nel 2003 la guerra riprese peggio di prima. Al Sudanese People's Liberation Army in lotta si aggiunse il JEM (Justice for Equality Movement). L’ONU dichiarò lo stato di emergenza in Sudan, in particolare per la regione del Darfour, ma la “pulizia etnica” con la distruzione dei villaggi cristiani e l’eliminazione dei popoli Nuer, Dinka, Bari, Shilluk e Zande continuò con devastazioni efferate e diffuse. Il 9 gennaio 2005, a Nairobi, fu raggiunto un nuovo accordo per la pace. Karthoum, la capitale del Sudan, si riempì dei soldati del Sudanese People’s Liberation Army di John Garang. Ma il 23 dicembre 2005 il Ciad dichiarò guerra al Sudan per le razzie che i gruppi sudanesi conducevano a danno dei confinanti villaggi ciadiani. Entrò in azione anche il Lord’s Resistance Army (LRA), l’Esercito di Liberazione del Signore, formazione del Nord Uganda che ha base nel Sud Sudan e che opera militarmente con attacchi devastanti nei tre distretti nord dell’Uganda. In gioco non c’è solo la spartizione del potere tra i vari gruppi etnici, ma la divisione dei proventi che derivano dall’attività di estrazione del petrolio, la grande ricchezza del Sud del Sudan.

Il Corno non è la sola zona dell’Africa in pericolo. Tutti ricordano il Ruanda nel 1994 quando i leader degli Hutu decisero di sterminare i Tutzi. Un’armata di Tutzi dall’Uganda spazzò i “genocidiari” che si rifugiarono in Congo e da lì attaccarono di continuo il Ruanda. Un esercito ruandese invase quindi il Congo nel 1996 fino a estromettere il leader congolese Mobutu e sostituirlo con il capo della guerriglia congolese, Laurent Kabila, che nel maggio 1997 marciò trionfalmente appoggiato dalle truppe ruandesi nella capitale Kinshasa. Ma Kabila si rialleò con gli Hutu per liberarsi dell’influenza ruandese. I ruandesi, furiosi per il voltafaccia, si installarono a Kitona, non lontano da Kinshasa e in pochi giorni di combattimenti avevano occupato la diga e la centrale idroelettrica che fornisce energia alla capitale. Sbaragliate le truppe di Kabila i Tutzi ruandesi stavano per entrare a Kinshasa quando l’Angola, lo Zimbabwe e la Namidia, appoggiati dalle rispettive aviazioni, bloccarono la loro marcia. A quel punto chiunque avesse un lungo naso, caratteristica somatica dei Tutzi, veniva ucciso mentre centinaia di bande armate e gruppi militari si disperdevano nella giungla dove non hanno mai cessato di operare. Ruanda e Uganda lottavano contro le residue forze di Kabila perché Kabila stava aiutando le forze ribelli di Ruanda ed Uganda. Gli Angolani aiutavano Kabila perché era il miglior modo per far fuori i loro ribelli e, in particolare, il Fronte Nazionale della Kabinda che l’8 gennaio 2010 ha attaccato a colpi di mitra l’autobus che conduceva la squadra nazionale del Togo a Luanda per la Coppa d’Africa di calcio, il torneo che ogni 4 anni vede impegnate tutte le nazionali del continente. In Angola e in Congo, paesi ricchissimi di minerali preziosi per l’economia mondiale, negli ultimi 40 anni, secondo stime ONU, ci sono stati almeno 4 milioni di morti a causa della guerra.

Il mondo importa petrolio dal Sudan, dal Ciad, dal Congo, dalla Nigeria, dall’Angola, dall’Algeria, dall’Egitto, dalla Libia; caffè dall’Etiopia e dal Kenya, diamanti dal Congo e dalla Sierra Leone, ferro e diamanti dalla Liberia, fiori dal Kenya, frutta e verdura da tutta l’Africa, minerali, rame, nichel, oro da molti paesi africani, cotone dall’Egitto, dal Kenya e dall’Etiopia, legno, mobili e parqué per pavimenti da tutto il continente, marmo e pellami, e ancora dal Congo oro, cobalto, e coltan, un costoso minerale che è necessario per costruire i cellulari, i computer e le play station. Spesso per sfruttare il business le nazioni ricche del mondo finanziano le loro formazioni armate, attivano servizi segreti, controllano direttamente o indirettamente le miniere, i pozzi di petrolio, le piantagioni grazie anche all’alleanza con i dittatori africani corrotti e le loro polizie. L’Africa continua a produrre beni necessari per la vita di tutto il pianeta, però, a sfogliare i giornali o a guardare le televisioni del mondo moderno, gli Africani e le loro storie sembrano assenti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA Paolo Giunta La Spada