In questo periodo ho deciso di prendermi
un tempo per lo studio e la riflessione lontano da tutto, credo sia utile così.
Serve un punto di vista esterno e lontano per vedere le cose nel loro insieme e
conoscere nuovi orizzonti. Tornerò in campo, ma col mio alfabeto di valori.
Stare lontano dai riflettori e fare un passo indietro è l’unico modo per
rimettere a fuoco davvero. Guardare da lontano permette di togliere il rumore,
capire cosa conta e cosa no.
Molti, assai più illustri di me, hanno seguito la stessa strada. Ne
parlo qui, visto mai che interessi anche a qualcun altro, cari amici.
Uno,
quello che più di tutti ha fatto della distanza
uno strumento di comprensione, è stato Montaigne.
Montaigne si ritirò dalla vita pubblica, si mise “in disparte” e
da lì osservò tutto: sé stesso, gli altri, le passioni, le illusioni. I Saggi nacquero proprio da questo
gesto radicale: prendere distanza per
capire, non per giudicare. Il suo sguardo era consapevole,
ironico, umano. Non cercava verità assolute, ma chiarezza interiore.
Adoro Montaigne, ma mi sento più vicino ad altri che hanno
incarnato questa stessa postura.
In Spinoza ammiro, anche se non mi è mai bastata, la distanza
razionale: capire le cose sub specie
aeternitatis, cioè da un punto di vista più ampio possibile.
Ma mi è sempre piaciuto anche Calvino delle Lezioni americane con la sua
leggerezza e il suo togliere peso alle cose per vederle meglio.
Fermarsi e guardare tutto da lontano rende consapevoli.
Leopardi mi ha sempre affascinato per la distanza cosmica: allontanarsi fino
a vedere l’uomo come parte minuscola dell’universo e da lì far nascere una
lucidità feroce.
Sento vicino Leopardi perché la sua distanza è la mia in concreto:
24 anni di vita all’estero, di voli aerei e di viaggi interiori, cambiando casa
ogni tot di anni con una intensità ed esperienza di vita a 360°. Etiopia 9
anni, Cuba 4 anni, Kenya 4 anni, Egitto 3 anni, Nigeria 2 anni, Arabia Saudita
2 anni. Anche se la “guardavo” sempre, l’Italia era lontana, lo sguardo era dall’Africa,
dal Medio Oriente, dalle Americhe. Vedere tutto e vivere tutto, leggere il
senso della vita in ogni luogo del mondo, l’ho fatto ed è stato avvincente.
Tante vite in una, la mia. Tanti punti di vista che impari vivendo NEL mondo.
In Marco Aurelio amo la distanza stoica: guardare
il mondo dall’alto,
ridimensionare tutto per non esserne travolti.
In questa epoca, la distanza
dal mondo non è fuga né superiorità: è igiene dell’anima.
Marco Aurelio non si
ritira dal mondo (è imperatore ed è immerso nel caos), ma crea una distanza interiore. Il mondo resta
uguale: rumoroso, ingiusto, imprevedibile. A cambiare è il punto da cui lo
guardi.
La distanza dello
sguardo è mentale, non fisica.
Serve a non essere
trascinati dagli eventi.
Uno delle passioni che
ho nutrito fin da bambino è lo studio del mappamondo, dell’atlante geografico.
Ritrovo nell’opera di Marco Aurelio lo sguardo
dall’alto (quasi una vista aerea): vedere dall’alto terre lontane, città,
eserciti, nascite, morti, feste, litigi…
Da lì capisci che ciò
che ti sembra enorme è in realtà minuscolo; che la fama è un’eco che dura
pochissimo; che i conflitti umani si ripetono sempre uguali.
Questa distanza ridimensiona, e ridimensionare è già
una forma di libertà.
In effetti si può separare quello che dipende da noi.
Il cuore stoico è qui:
non sono le cose a turbarci, ma il
giudizio che diamo su di esse.
Prendere distanza significa staccare
l’evento dalla tua reazione. Il mondo fa il mondo. Tu scegli come stare.
Questa è forse la
distanza più difficile: non anestesia, ma padronanza.
La distanza può essere compassione e qui Marco Aurelio
sorprende. Guardare dall’alto non serve a disprezzare gli altri, ma a capirli: chi ferisce lo fa per
ignoranza, spesso lo fa per invidia o bassezza. Peggio per loro, si incarcerano
nella propria arroganza e la coltivano.
La distanza allora diventa
pietà lucida, non cinismo.
Un paradosso bellissimo di Marco Aurelio che condivido totalmente, è che
più ti distanzi interiormente, più puoi essere presente, fare il tuo dovere,
restare giusto, anche nel disordine.
Nelle Meditazioni, II, 1, parafrasando,
il testo dice:
Oggi incontrerò persone invadenti, ingrati, arroganti.
Ma nessuno di loro può farmi del male, se io non lo permetto.
Questa è la distanza: il mondo non
entra senza il mio consenso.
Ecco
uno dei passi più emblematici
sul tema della distanza interiore e dello sguardo dall’alto:
“Osserva
dall’alto le cose umane:
le moltitudini, gli eserciti, i commerci,
i matrimoni, le nascite, le morti,
il frastuono dei tribunali,
i deserti e le città affollate.
Considera
quante cose cambiano,
quante rapidamente svaniscono,
e come tutto ciò che ora ti sembra importante
presto sarà nulla”.
(Meditazioni, VII, 48 – parafrasi)
Qui c’è tutta la mia idea di distanza: allontanarsi abbastanza per
vedere la sproporzione, non negare il mondo,
ma impedirgli di invaderti.
Per
gli stoici, la felicità (eudaimonía)
è accordo con la propria natura
razionale.
La sofferenza nasce quando sei troppo
dentro le cose: dentro le aspettative, dentro i giudizi altrui, dentro
ciò che non controlli.
La distanza crea uno spazio minimo, ma
decisivo, tra ciò che accade e ciò che sei.
In quello spazio nasce la libertà. E la libertà è già una forma di felicità.
La felicità
come assenza di invasione: Marco
Aurelio suggerisce un’idea radicale:
sei infelice quando permetti al mondo di occupare il tuo centro, di abitarti.
“Puoi
vivere bene ora, se impari a ritirarti in te stesso.”
(Meditazioni, IV)
La
distanza non è isolamento: è non essere
colonizzato dagli eventi.
Quando
guardi da lontano il successo perde ebbrezza, il fallimento perde veleno, il
giudizio degli altri non ha alcun potere.
Più
distanza equivale a meno dipendenza e a più libertà.
Marco
Aurelio lo dice quasi brutalmente:
“Quanto è breve il tempo che ci è concesso”.
Se tutto passa, allora nulla merita di
devastarti.
Questa consapevolezza non rende freddi, rende leggeri.
La felicità come quiete, non come conquista
La
distanza sposta la felicità dall’esterno all’interno, dal risultato
all’atteggiamento, dal mondo al rapporto che hai con il mondo.
Per
questo è una felicità discreta,
silenziosa, ma solida.
La distanza non ti allontana dalla vita: ti
restituisce a te stesso.
E quando non sei in balìa delle cose, sei già felice — o, almeno, non più
infelice per necessità.
Vi ricordate quando avete studiato a scuola la
differenza tra Marco Aurelio ed Epicuro?
Distanza come dominio / distanza come sottrazione
Marco Aurelio (Stoicismo)
- Distanza = controllo
interiore
- Felicità = accordo
con la ragione
- Il mondo
resta ostile → tu resti saldo
- Ideale: apatheia (non essere in balìa
delle passioni)
La
distanza è verticale: ti elevi
sopra gli eventi.
Epicuro (Epicureismo)
- Distanza = riduzione
dei bisogni
- Felicità = piacere
stabile (atarassia)
- Il mondo è
fonte di turbamento → tu ne esci gradualmente
- Ideale: vita
semplice, nascosta (làthe biōsas)
La
distanza è orizzontale: ti
sposti fuori dal frastuono.
C’è una differenza decisiva
- Marco
Aurelio dice: resta nel mondo, ma
non farti toccare
- Epicuro
dice: allontanati dal mondo per
non essere ferito
Entrambi
cercano la serenità, ma:
- lo stoico resiste
- l’epicureo evita (un mio amico, professore birmano
e buddista, non ha mai mangiato frutta perché non può permettersela, è
felice così e me l’ha spiegato nel 1987 a Pagan, facendomi da guida tra un
tempio e l’altro).
Leopardi,
che rifiuta la felicità, guarda sia gli stoici sia Epicuro e conclude che, in
sostanza, la distanza non salva.
Per Leopardi il dolore non nasce solo dal giudizio (come per
Marco Aurelio), né solo da desideri mal calibrati (come per Epicuro).
Nasce
dalla struttura stessa della vita. La
natura non è neutra né razionale: è indifferente
e ostile.
Per
Leopardi prendere distanza significa vedere
meglio, ma vedere meglio significa soffrire di più, non di meno (e quanto è vero questo!)
Lo
sguardo dall’alto non consola, l’infinito non libera, annienta.
Per
Giacomo la felicità stoica ed epicurea sembrano autoinganni nobili. Per lui non puoi rifugiarti dentro (è contro
Marco Aurelio).
Non
puoi semplificare fino alla pace (contro Epicuro).
L’unica
“salvezza” possibile è la solidarietà
tra esseri sofferenti
Non
felicità, ma dignità condivisa (rileggetevi
La Ginestra).
Tre frasi, tre mondi
- Marco Aurelio: la felicità è non essere scosso
- Epicuro: la felicità è non avere bisogno
- Leopardi: la felicità non è data all’uomo
Eppure, Leopardi non diventa mai un nichilista
freddo: rifiuta la felicità per amore
della verità.
Leopardi
accetta una cosa che gli altri due rifiutano: la distanza aumenta la verità, non la felicità.
Nella
Ginestra l’uomo “lucido” è colui
che non si illude, non si rifugia, non si anestetizza. Eppure non diventa
cinico. Diventa solidale.
SOLIDALE è bellissimo: non felicità, ma alleanza nel dolore.
Questa è la vera alternativa leopardiana. Altro che nichilismo.
Non esiste una risposta unica. Ogni visione è vera in un punto diverso dell’esperienza umana.
Marco Aurelio ha
ragione quando sei dentro il caos,
quando non puoi
scappare, quando devi agire, lavorare, reggere. Andare in pensione qui aiuta
parecchio.
Lo
stoicismo è una filosofia di
resistenza. Non ti promette gioia, ma tenuta. È potentissimo nei
momenti di pressione.
Epicuro ha ragione quando
il mondo è diventato rumore, quando sei stanco di voler essere “all’altezza”, quando
desideri il poco che ti rende felice.
Epicuro
è una filosofia di sottrazione.
Non ti chiede forza, ma sobrietà.
È prezioso nei momenti di esaurimento.
Leopardi ha ragione quando
non vuoi più mentirti, quando la distanza non consola, quando senti che il
dolore non è un errore correggibile. Leopardi è una filosofia della verità nuda. Non salva l’individuo, ma dà dignità all’umano. È inevitabile nei momenti di lucidità
radicale, ma qui Leopardi sorprende più di tutti.
Se togli la felicità come piacere (Epicuro) e la felicità come
equilibrio interiore (Marco Aurelio) non resta il vuoto.
Restano almeno tre cose fortissime:
-
la lucidità (vedere il mondo per ciò che è, senza abbellimenti.
Non consola, ma libera dalla menzogna).
-
la solidarietà (se tutti siamo sottoposti al dolore possiamo
essere solidali l’uno con l’altro)
-
la dignità (non vinci, ci suggerisce Giacomo, ma non ti inchini alle illusioni.
Non hai la felicità, ma hai qualcosa di più sobrio, più adulto, più raro, che
alla fine ci si avvicina: la consapevolezza di ciò che sei.)
Se uno studente mi chiedesse una formula tipo quelle
mappe concettuali terrificanti che facevo anni fa:
·
Vuoi reggere il mondo? → Marco Aurelio
·
Vuoi vivere in pace? → Epicuro
·
Vuoi capire fino in fondo? → Leopardi
E
la cosa più umana e fascinosa è che, nella vita reale, si passa da uno all’altro.
Prendere distanza dal mondo può renderti forte, può renderti sereno, può
renderti lucido. Ma nessuna distanza ti mette al riparo dal fatto essenziale: vivere significa essere esposti. Lo
stoico si salva dominando il giudizio, l’epicureo sottraendosi al desiderio, il
leopardiano rifiutando l’illusione.
Eppure il mondo continua a colpire, il corpo a finire, il tempo a consumare
ogni equilibrio.
Se ti elevi troppo, rischi di non sentire più.
Se ti ritiri troppo, rischi di non vivere.
Se vedi troppo chiaramente, rischi di non sperare.
Forse la distanza non è una dimora, ma un movimento:
avvicinarsi abbastanza da essere vivi, allontanarsi abbastanza da non essere
distrutti.
La saggezza non sta nello stare sempre fuori dal mondo,
né nel restarci sempre immersi, ma nel tornare
a sé ogni volta che il mondo pretende di essere tutto.
E in questo andare e tornare,
fragile, imperfetto, non c’è felicità
garantita,
ma c’è una cosa più rara: una vita che
non si lascia possedere né dalle illusioni né dalla disperazione. Io non
nego la sofferenza: la includo. Non
sono un “pessimista classico”.
Per me l’imperfezione
non è un difetto da correggere, ma la
condizione del sentire.
Per me la sofferenza
non è una smentita della vita, ma il
prezzo dell’intensità della vita (chi non vive e ama non soffre). A volte la sofferenza è una
malattia fisica e ne so qualcosa. Per me la felicità non è assenza di
dolore, ma pienezza nonostante il
dolore.
Il mio non è ottimismo
facile. È una forma di coraggio
affettivo.
Marco Aurelio avrebbe rispettato questa mia posizione, penso, anche se
avrebbe cercato di attenuare l’esposizione.
Epicuro mi avrebbe avvertito del rischio di pagare troppo caro il piacere.
Giacomo, da Recanati nella fredda casa paterna o da Napoli mangiando gelati,
probabilmente avrebbe taciuto un attimo sentendo il sapore di una sfogliatella,
e poi forse avrebbe riconosciuto che ciò che descrivo è una scelta, non un’illusione.
Perché non sto dicendo “la vita è
buona”. Sto dicendo: “io la scelgo,
così com’è”.
Chi rinuncerebbe alla bellezza della vita per
qualche “imprevisto”?
C’è una sproporzione accettata. Sì, la vita fa male. Sì, costa fatica. Ma non
abbastanza da giustificare la rinuncia. Alla fine la felicità non è una teoria
filosofica.
È una fedeltà: restare dalla
parte della vita anche quando non è comoda.
E questo, più che
ottimismo o pessimismo, è una forma rara di maturità. La
chiamerei fedeltà alla vita.
Non
amore ingenuo, non ottimismo programmato.
Fedeltà significa restare, pur sapendo.
La gioia resta tale anche se imperfetta. Una gioia che non pretende
garanzie (quando nasciamo nessuno ci dà la garanzia, né il libretto per i
tagliandi e la manutenzione). Una gioia che non chiede che il dolore sparisca e
soprattutto non si ritira quando la vita si complica.
È una gioia che dice: “vale comunque”. Un po’ come in Camus che parte
da Leopardi (e dall’assurdo), ma rifiuta la rinuncia.
Nel Mito
di Sisifo dice: il mondo non promette senso, la vita è sproporzionata, la
sofferenza è inevitabile, ma conclude:
“Bisogna immaginare Sisifo felice”.
Non
perché la vita sia “giusta”.
Ma perché l’atto di viverla pienamente è
già una risposta.
Così incontro anche Camus
per accettare l’imperfezione senza addolcirla, non cercare consolazioni
metafisiche, scegliere comunque la vita, con tutta l’intensità possibile (e ancora l’Etiopia, Cuba, il Kenya, il
mondo, le esperienze, gli amori, i successi, i tradimenti da chi non te lo
saresti mai aspettato, le bellezze e le emozioni)
La mia non è speranza. È rivolta gioiosa.
Non
posso vincere la vita, ma posso abitarla con passione. La vita non è fatta per essere
perfetta, ma per essere sentita fino in fondo.
E io accetto il prezzo, perché la
bellezza lo supera. Questa non è una sintesi che
pacifica tutto. È una sintesi che tiene insieme gioia e
rischio.
E
che, ogni tanto, impone un po’ di distanza, un macroscopio molto incerto, ma
bellissimo, per stare lontani dai microscopi facili.
©Paolo
Giunta La Spada
29 gennaio 2026