27 gennaio 2016

Un breve omaggio a mio padre

Penso a che cosa mai potrei scrivere in giorni in cui era prevista la mia presenza e il mio impegno come Direttore Scientifico della Casa della Memoria di Servigliano e ho perso papà.
Eppure sento che papà ha qualcosa da dirci anche oggi, anche ora che non è più tra noi (ma in realtà lo sarà sempre).

Papà, nel giugno del 1943, era Maresciallo dei Carabinieri, di servizio ad Atene, in Grecia, forza militare occupante. Era nei servizi ed era incaricato di interrogare il presunto capo della Resistenza ellenica. Dopo 48 ore di fermo e interrogatorio papà decise di rilasciarlo, "era un buon padre di famiglia", mi ha sempre detto papà, "una persona retta e onesta". 
"Ho anche pensato", mi ha sempre detto papà, "che probabilmente era davvero un capo della Resistenza, ma io che avrei fatto al posto suo? Noi italiani avevamo aggredito, senza alcuna ragione, la Grecia, l'avevamo occupata brutalmente con l'aiuto delle truppe tedesche. Chi non avrebbe combattuto, al posto dei greci, per la libertà"?

Come è andata a finire la storia? Papà mi raccontava: l'uomo non se ne andava, aspettava sulla porta, chiedeva di parlarmi.
Dopo tanta attesa, papà lo ricevette di nuovo. Gli disse: che vuole, l'ho già interrogata per 48 ore, che cosa desidera ancora? L'uomo disse che desiderava con tutto il cuore ringraziarlo. Di questi tempi, disse, è molto facile essere torturati, sparire, non tornare a casa. 
Lei mi ha interrogato con accuratezza e severità e ha fatto per intero il suo dovere di soldato e di italiano, ma ha dato ordini precisi di non farmi toccare, non è stato torto un capello, nè a me, nè agli altri fermati da questo ufficio che lei dirige. Di questi tempi è raro. Grazie infinite.
Papà lo congedò.
Prima di andarsene il signore greco, sospettato di far parte della Resistenza, si girò verso mio padre, e disse, dandogli un biglietto da visita: ho un ristorante al porto, al Pireo, è un buon ristorante, se avesse bisogno sarei onorato di servirla...
Papà, lo ringraziò in modo sbrigativo, con tutto il rigore che competeva al suo ruolo, compenetrato fino in fondo nel suo dovere; poi, preso da altri impegni, si dimenticò di quell'incontro...

Questa storia ci insegna che, pur sottoposto agli ordini che derivavano dal suo status di militare, papà seppe assolverli, ma senza mai venir meno al suo dovere di mantenere un quoziente di umanità, di amore e rispetto per l'altro, di onestà, di coraggio, di generosità, che nessun ordine e nessuna ideologia poteva sopprimere. 
In quell'epoca furono molti, invece, che usarono la divisa per trasformarsi in carnefici e torturatori, o tanti che vendettero le persone in cambio del premio in denaro che si dava a chi denunciava ebrei e oppositori del regime; e ancora molti che facevano i soldi sulla pelle degli ebrei che non potendo lavorare e dovendo nascondersi non erano in grado di procacciarsi il cibo se non al prezzo di pagarlo sempre di più. E furono tanti quelli che si accaparravano i beni degli antifascisti o degli ebrei incuranti delle sofferenze che così procuravano.
Anche oggi mi sorprende quanti giovani paiono rassegnati alle ingiustizie, al male, ad un mondo senza sogni.
Le giovani generazioni, inoltre, sono cresciute in Europa e in Italia nella convinzione che la pace e le libertà civili siano valori acquisiti, ormai scontati, conquistati in un'epoca lontana di cui si ha un ricordo confuso, spesso retaggio di uno studio scolastico nozionistico e frettoloso. 
Molti giovani addirittura seguono, per mera ignoranza oppure per un costume di malinteso anti-conformismo, le stesse ideologie che nel passato soppressero la pace e ogni tipo di libertà.
Nell'Europa e nell'Italia di oggi si è diffusa un'acuta e drammatica perdita di memoria storica.
L'infame progetto dell'eliminazione degli ebrei venne deciso e concretizzato dalla Germania nazista nel corso della seconda guerra mondiale e, in Italia, trovò piena collaborazione nel regime fascista e nei suoi sostenitori, i fascisti. 
Se i vincitori della seconda guerra mondiale fossero stati la Germania nazista, l’Italia fascista, la Francia di Vichy, la Croazia degli ustascia, non un solo ebreo sarebbe rimasto in vita.
La storia della Shoah è una storia che parla anche di noi, esseri umani, uomini e donne, vittime o carnefici o torturatori, collaborazionisti o osservatori passivi, spie, delatori o salvatori. 
È una storia che va anche studiata, indagata, osservata per cercare di comprendere e conoscere la psicologia degli esseri umani, di tutti noi che ogni giorno costruiamo la storia con il nostro agire quotidiano. Ogni giorno la vita ci pone davanti al bene e davanti al male, davanti alla vigliaccheria e davanti al coraggio, davanti alla convenienza e all'utile, oppure davanti all'onestà e alla generosità. 
Studiare la Shoah significa inquadrare i fatti dal punto di vista storico, studiare con rigore scientifico la complessità di quei fatti; non rinunciare alle implicazioni morali, religiose, filosofiche per riuscire non solo a ricordare, ma a capire come è stata possibile una cesura della storia, un black-out dell'umanità come ad Auschwitz - Birkenau, o a Treblinka.
Il mondo di oggi è sempre più occupato dalle guerre, dai razzismi di ogni genere, dal ritorno delle ideologie totalitarie.
Abbiamo il diritto di costruire il mondo nel senso della libertà e della pace. 

La storia non finì lì. Tre mesi dopo giunse la resa incondizionata dell'Italia e il 9 settembre le forze di occupazione italiane si stavano concentrando al Grand Hotel di Atene in attesa di ordini che non arrivavano.
Papà, dei tedeschi, non si fidava. 
Invece di andare al Grand Hotel come gli era stato detto, disse ai suoi sottoposti che lui sarebbe salito sul tetto dei palazzi vicini al Grand Hotel. Con lui andarono tutti i militi di quell'ufficio, vestiti in borghese, in attesa di notizie, in un silenzio sempre più gravido di pensieri. 
Quando la piazza davanti all'hotel era quasi piena di militi italiani, la gran parte non in assetto da guerra, arrivarono i mezzi corazzati e le autoblindo tedesche che, senza aspettare, spararono subito, circondarono il quartiere, mitragliarono gli italiani senza che questi potessero abbozzare una reazione di qualche efficacia. Fu una strage. Alla fine iniziò il rastrellamento e, con una lunga fila di camion, la deportazione dei soldati italiani.
Papà e il suo gruppo erano andati via ai primi spari, da un tetto all'altro, tentavano di aggirare il cerchio chiuso dai nazisti. Infine scesero un muro e si ritrovarono in strada.
Papà aveva un'idea: l'idea era il biglietto da visita ricevuto tre mesi prima, c'era il nome, l'indirizzo, il nome del ristorante.
Papà parlava perfettamente il greco. 
Aveva fatto, tra i migliori studenti della scuola, il liceo classico, e in pochi anni di occupazione del suolo greco aveva imparato il greco moderno. 
Se fossero stati fermati avrebbe parlato lui.
Il gruppo camminò per tutta la notte e giunse al porto. Le indicazioni sul biglietto da visita erano chiare.
Papà lasciò indietro il gruppo: lasciate che vada avanti da solo, se mi succede qualcosa buona fortuna.
Papà vide il ristorante. Non era ancora l'alba, ma già il cielo andava rischiarandosi.
Bussò alla porta. Venne una donna ad aprire. La sala del ristorante era grande, i tavoli avevano le sedie rovesciate sopra in ordine come quando si puliscono i pavimenti, altri tavoli avevano le tovaglie a quadretti sopra. Papà mostrò il biglietto da visita, disse che cercava l'uomo del ristorante, aggiunse di essere un italiano.
La donna richiuse la porta e si avviò alla fine della sala dove c'erano delle scale. 
Dalle scale scese poco dopo un uomo, papà lo riconobbe: era lui, l'uomo che tre mesi prima aveva fermato e interrogato personalmente.
L'uomo non disse nulla. Attraversò la grande sala e, senza una parola, abbracciò mio padre. 
Quanti siete? Sei solo? disse a papà. 
Ce ne sono undici con me. Un attimo dopo erano tutti seduti ai tavoli con le tovaglie a quadretti. 
Poche ore dopo erano su un camion nel nord ovest della Grecia. 
Papà fece 16 mesi di guerriglia per liberare la Grecia con il pensiero che la sua azione avrebbe liberato anche l'Italia e il mondo dalla barbarie nazifascista. Riuscì anche a salvare un generale dei Carabinieri e altri 4 militi, che stavano per essere uccisi dai nazisti, con un'azione spericolata, come testimoniano le certificazioni delle autorità militari e dell'A.N.P.I..
Per circa 50 anni, ogni Natale, arrivava un pacco con dei dolci. Era di quel generale e conteneva sempre un biglietto di ringraziamento a papà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA 
Paolo Giunta La Spada



10 commenti:

Russel ha detto...

Grazie Paolo

Massimo ha detto...

Un grande regalo
Grazie davvero

Stefano Parrettini ha detto...

A volte ci sono genitori che insegnano, ma se i figli non raccolgono...
In questo caso mi sembra che tutto quello che ha trasmesso tuo ppadre sia stato conservato con la più grande cura e tanto amore
Dolore per la perdita di una persona straordinaria...

AnnaLisa ha detto...

Un racconto bellissimo che è una testimonianza indimenticabile
GRAZIE!

Maria Teresa Urbani ha detto...

Il racconto è talmente pieno di vita che sembra di ascoltare suo padre. Grazie

marico ha detto...

Grazie in un primo momento a suo papà che è l'attore principale che ha vissuto questi valori importanti della vita. Grazie anche a lei che è riuscito a cogliere nei dettagli i valori di suo padre e tramandarli a noi che possiamo essere suoi figli. Un Abbraccio!

Max B. ha detto...

Grazie Paolo
NON CI SONO PAROLE

Maria N. ha detto...

Una GRANDISSIMA storia

GRAZIE

Camel senza filtro ha detto...

In un'Italia dove non va di moda assumersi le proprie responsabilità tuo padre ha insegnato come assumersele, tutte e fino in fondo. Va onorato. Sono uomini come lui che ci hanno regalato libertà e pace. Credo che ti abbia lasciato un'eredità positiva immensa.
Grazie della testimonianza

Liliana V. ha detto...

Grazie a te e a tuo padre. Grandissimi