28 maggio 2013

Una vita in giro per il mondo.


Quando ero adolescente e guardavo il mappamondo rimanevo colpito dalla piccolezza dell'Italia rispetto alla grandezza del pianeta. 

Sognavo di viaggiare in tutto il mondo. Ero un appassionato di letteratura di viaggio, guardavo in continuazione l'atlante geografico, cosa che non ho mai smesso di fare, e nella seconda metà degli anni 70 iniziai a partire.


Prima nel Mediterraneo, in Grecia, destinazione obbligatoria per l'insuperata bellezza dei suoi luoghi storici; poi, dopo la laurea, in India e in Tibet: non dimenticherò mai i monaci dei monasteri buddisti in Ladakh, Nepal, Bhutan e Cina, a volte visitati dopo lunghi percorsi a piedi su sentieri deserti e pietrosi, ad altitudini tra i 4.000 e i 5.000 metri. Nei monasteri più remoti i monaci volevano provare i miei occhiali, alcuni volevano comprarli e tutti mi offrivano il delizioso thè caldo col burro di yak e il sale.

Nel frattempo ero diventato un professore, anche se precario. Nel 1981 venni a conoscenza che l'Ente Nazionale Idrocarburi cercava insegnanti di italiano per le scuole frequentate dai figli degli italiani all'estero. Feci domanda. Un anno dopo il responsabile del settore Scuole dell'ENI, mi chiamava al telefono e mi offriva di andare a lavorare nella Scuola italiana di Al-Khobar, in Arabia Saudita, sul Golfo Persico. Se non avessi deciso entro 20 minuti, mi disse, sarebbe andato avanti nella lista. Mi ci faccia pensare un attimo, dissi, ma lo feci solo per darmi un tono: avevo già deciso, subito. Non ebbi alcun dubbio anche se gli amici mi dicevano che ero matto.

Una settimana dopo atterravo a Dharhan Airport accolto gentilmente dal Commercial Manager della Saipem, che, a giudicare dalle premure, non sembrava molto sicuro della mia capacità di sopravvivere in un luogo così strano e disagiato. Due anni in Arabia Saudita costituirono un'esperienza atipica: se passavi il semaforo col rosso andavi in carcere tre giorni, col giallo facevi un giorno di galera. Vivevo nel deserto in un container, se il generatore del campo si rompeva e non c'era l'aria condizionata la temperatura interna del container arrivava a 65 gradi e non potevo rientrare in casa, se si può definire casa un alloggio singolo con un angolo cottura e un bagno. In poco tempo avevo imparato tutte le regole di una rigida e severa società islamica. Dirigevo la scuola, insegnavo, mi occupavo della logistica e della relazione non solo col nostro Ministero degli Affari Esteri, ma anche con l'Ispettorato dell'Istruzione Saudita al quale, come capo d'istituto, dovevo riferire. Il secondo anno, mi occupai anche del trasloco della scuola ad una nuova sede e non mi vergognai di salire sui camion con gli operai per trasportare l'intera scuola da un posto all'altro. Imparai a lavorare ogni giorno a stretto contatto non solo con le colleghe europee, ma anche con gli arabi, a conoscere la loro rigidità, ma anche la loro capacità di apprezzare la schiettezza di uno straniero come me.

Dopo due anni in Arabia Saudita tornai in Italia, un anno in un Liceo di Roma, e quindi mi proposero un nuovo contratto in Nigeria. Da tempo avevo conseguito l'abilitazione all'insegnamento di Storia e Filosofia nei Licei e fui incaricato di insegnare al Liceo Italiano di Lagos in Nigeria. Altri due anni di impegno e di conoscenza di un'area, l'Africa occidentale, che si rivelò estremamente interessante. Sull'Africa esistono storie false, stereotipi e stupidaggini. Dall'esperienza diretta mi appariva una realtà diversa: una società vivace, interessante, disagiata, complicata, decisamente affascinante.

Rientravo a Roma, vincevo il concorso per l'immissione in ruolo e dopo pochi anni, finalmente, veniva bandito il primo concorso con prove scritte e orali per insegnare all'estero. Lo vincevo, quarto su più di 300, ed ero destinato al Cairo: tre anni in Egitto. Insegnavo in una scuola famosa, il Don Bosco, retto dai Salesiani, a Rod El Farag, Shoubra, un quartiere poverissimo a forte presenza cristiana. Lì, durante un viaggio fuori pista nel deserto del Sinai, mi innamoravo di una ragazza italiana che sarebbe diventata mia moglie. Ci sposammo subito. 
Appena tornati al Cairo scoppiava l'insorgenza radicale islamica: la notte sentivamo il mitragliare cupo e continuo che proveniva dai quartieri poveri della città, i rastrellamenti che la polizia egiziana conduceva, casa per casa, per trovare i responsabili degli attentati che insanguinavano l'Egitto di allora. 
Mi ricordo la simpatia dei miei studenti, la bellezza struggente del Ramadam nelle strade al tramonto durante la preghiera, la febbrile eccitazione dei pasti festosi alla notte, lo sfavillio delle luci notturne nelle botteghe fino all'alba.

Venivo trasferito ad Addis Abeba, Etiopia: l'esperienza professionale ed umana più incredibile della mia vita. La scuola Italiana di Addis Abeba, gli studenti con le loro famiglie e i colleghi, hanno rappresentato una splendida epoca della mia vita. Poi, dopo qualche anno, superavo anche il concorso per l'insegnamento nelle Università straniere: undicesimo su duemila. E poi, in Etiopia, io e mia moglie incontravamo la bambina che sarebbe diventata nostra figlia. 9 anni di lavoro in Etiopia, il gruppo di teatro, il cinema curato per conto dell'istituto di Cultura. 
La dolorosa guerra tra Eritrea ed Etiopia: i lutti, le partenze e le deportazioni. 
Gli scontri in città con morti e feriti.

E poi le esigenze della famiglia che mi hanno distolto dalla carriera e mi hanno portato a seguire il lavoro di mia moglie. 
E quindi, dopo 9 anni meravigliosi ad Addis Abeba, con le lacrime agli occhi per l'emozione dell'addio, 4 anni splendidi a L'Avana, Cuba. L'insegnamento alla Dante Alighieri, all'Università di L'Avana, i cicli di cinema italiano e di storia d'Italia nei Musei e nel Dipartimento di Lingua italiana dell'Università. E poi due anni a Roma. E poi 4 anni a Nairobi, in Kenya. Gli studi di linguistica e di storia e la casa sempre piena di libri.
Il tempo passa, ma la voglia di mettermi in gioco e, ogni volta, di ricominciare una nuova avventura non mi è mai passata. Non è facile traslocare da un continente all'altro: non parlo solo di container e spedizioni, di case da smontare e rimontare, di dogane difficili o impossibili, di guida a destra o a sinistra, di lingue straniere, di usanze e burocrazie incomprensibili, di notti perdute in attesa di coincidenze in aeroporti deprimenti, di leggi complicate, di case che non si trovano, di problemi di salute o di sicurezza, di guerre che ti scoppiano sotto casa senza che te le vai a cercare. Parlo di un possibile e acuto senso di spaesamento che può colpire quando si parte per una destinazione lontana: è faticoso costruire una nuova condizione di vita se non si hanno le idee chiarissime su ciò che si vuole. Ho visto tante coppie e famiglie sfaldarsi alle prime difficoltà all'estero, tanti colleghi rinunciare all'incarico, tanti mariti travolti da avventure esotiche e capaci di abbandonare mogli con bambini piccolissimi.

In giro per il mondo, in Brasile, a Cuba, in Kenya, in Thailandia, a Santo Domingo, c'è turismo sessuale e ci sono molti italiani che vivono dopo aver abbandonato mogli e figli in Italia. Non sono la maggioranza. Ci sono migliaia di italiani che all'estero hanno trovato posto per le loro famiglie, svolgono lavori importanti, costruiscono grandi successi professionali. Tanti hanno acquisito uno sguardo nuovo, più profondo e complesso, per guardare alle cose del mondo.
Certo, a forza di viaggiare, con l'esperienza si perde anche l'ingenuità dello sguardo. Per me, spesso, un mercato pittoresco può apparire come un mercato misero e brutto. Dopo 40 anni di viaggi a volte non riesco più ad entusiasmarmi per cose che fanno la felicità dei turisti comuni: fuggo la foto davanti a un piatto esotico in un ristorante particolare, il souvenir del monumento nazionale più famoso, la foto dell'indigeno tribale in posa per una moneta.

Quando si è stranieri si rispettano le leggi e le usanze del paese che ci ospita, sempre, e questo porta anche stanchezza ed esaurimento, ma regala nuove consapevolezze, emozioni, ricordi indimenticabili e una maggiore, molto più complessa e raffinata, capacità di lettura dell'intero universo umano.
Dal gennaio 2010 ho aperto il blog Italy & World:



il blog vuole essere un piccolo contributo alla riflessione sull'Italia, ma con uno sguardo agli orizzonti del mondo e qualche riferimento speciale all'Africa. L'Italia, con tutte le sue virtù e bellezze, è sempre rimasta nel mio cuore, ma spesso, vista l'incapacità di cambiare i suoi numerosi vizi, ha nutrito anche la mia voglia di ripartire.


Vi ho accennato alle mie motivazioni di partenza, ad una vita spesa a diffondere la lingua italiana e a promuovere la cultura italiana, a una passione di conoscenza per il mondo che dura da quarant'anni.
Chi volesse approfondire gli aspetti che hanno caratterizzato le singole esperienze di vita in Arabia Saudita, Nigeria, Egitto, Etiopia, Cuba, Kenya, può scrivermi al seguente indirizzo: paologls@yahoo.it oppure scrivere sul mio blog Italy & World:

Un caro saluto. 
Paolo Giunta La Spada

Questo post è stato pubblicato sul sito "Voglio vivere così" in data 22 maggio 2013.



25 commenti:

Russel ha detto...

Stupendo.
Già letto nell'altro sito, me lo sono goduto di nuovo e con la nuova foto...

Linda ha detto...

Bellissimo

Ariel ha detto...

Dovevi intitolarlo "Una vita unica" perchè io non ho mai conosciuto uno con un'esistenza così lucida e al contempo così fuori dal comune come te.
Quanti anni sei stato fuori?

Vide o mare... ha detto...

Bello bellissimo. Da morire d'invidia ...

Admin ha detto...

Complimenti. Una vita a 5 stelle!!!

Maria Teresa Urbani ha detto...

C'è molta etica, non solo "avventura" nel suo testo.
Di questi tempi ... ha un certo valore ...

Camel senza filtro ha detto...

Fai venir voglia di... partire!

Anonimo ha detto...

Quante notti in aeroporti deprimenti?
Dve essere stato anche faticoso!
E quanti traslochi?
Non è per me.

Arianna

Attilio B. ha detto...

Cmplimenti.
Articolo che mostra come se una cosa si vuole prima o poi si riesce a fare, che ogni cosa si conquista con i sacrifici, che ci vuole curiosità nella vita e molta voglia di fare e mettersi in gioco.
Tutte cose che i giovani di oggi non hanno.
Ma la colpa è anche nostra perchè diffondiamo pessimismo e sfiducia dalla mattina alla sera, basta guardare un telegiornale .
I giovani hanno amnche bisogno di buoni esempi !

Lucia ha detto...

Non è anche un po' una fuga?
Non credi che vivere "tante vite" sia anche un modo per non viverne nessuna?

Chanty ha detto...

Credo che vivere tante "vite" significhi vivere molto più intensamente la tua "vita"
Non credo che chi non si muove mai dal suo paese possa dire di conoscere il mondo.
Sui libri si impara molto, ma non è lo stesso che vivere.
Quanto all'interiorità non dipende se viaggi o no, ma se possiedi cultura e sensibilità morale e sai coltivarle quotidianamente-
Ciao

Alba ha detto...

La fuga è ... rimanere attaccati alle proprie sicurezze domestiche e di quartiere e contrabandarle come ... RADICI!!!

Anonimo ha detto...

Fuga? Certo!
Che c'è di male nella fuga?

Stefano Parrettini ha detto...

Conosco persone, tante , che se non predono il cappuccino al solito bar, se non scambiano 4 chiacchiere col solito giornalaio, se non senyono il suon del tg1 al ritorno a casa non vivono. Non vivono. Poi magari si lamentano di tutto ma non sanno vivere dsenza effetto pantofole.
Per partire devi aver voglia di perdere le tue sicurezze.

Krozx t. b. ha detto...

Vorrei considerare 2 aspetti
Il primo i giovani.
A loro non gliene fega nulla del mondo. O megglio Parigi New York Miami sì perchè ci vanno gli attori, i cantanti le veline.
Solo per quello.
I giovani d'ooggi geografia zero grazie anche alla Gelmini che l'ha praticamente abbolita.
Seconda cosa.
I giovani sono conservatori, ma non nel senso che sono di destra ma nel senso che colazione pranzo e cena, sigarette, sms all'amica e facebook.
Nessuna curiosità per il pianeta,
Chiaro?

GicoGì ha detto...

Su Facebook hai posto la domanda se partire e stare fuori per tanti anni è FUGA oppure ESPERIENZA DI VITA.
Diaciamo una verità.
Vivere nell'Italia di oggi assomiglia a vivere nell'Italia del ventennio fascista: tannte chiacchiere e nessuna verità.
Partire non è fuggire, ma è cercare altrove quello che in Italia non c'è: trasparenza, merito, libertà.
Anche se amo l'Italia mi sembra che non ci sia grande speranza di cambiamento.

Luca ha detto...

Complimenti.
Spirito di avventura e testa sulle spalle allo stesso tempo e soprattutto grande rispetto per la diversità del pianeta.

Roberto d'Ambrosio ha detto...

Caro Professore, un post che come un vento imperuoso solleva il lettore e lo fa volare sopra un mondo grande, delizioso, struggente, bellissimo. Assieme abbiamo vissuto l'avventura Nigeriana, tu da professore ed io da studente. Abbiamo essaporato il carattere dell'Africa, un continente dove tutto è estremo: la vita, l'amore, la morte. Anche io ho vissuto in Arabia Saudita e al Cairo, ma ho avuto la fortuna di viverci quando era vivo il Presidente Sadat, e ho studiato in quella scuola dove tu saresti andato ad insegnare. E poi Grecia, Cameroun, Stati Uniti, El Salvador... E oggi ancora, in un'altra avventura, appena iniziata, proprio quando pensavo che la vita e l'amore mi avessero riportato in Patria definitivamente. Ti capisco, caro professore, e ora che sono un uomo maturo (ma sarà vero?) non rinuncerei ad un solo secondo di quella vita errabonda e senza radici che, nel bene e nel male, tanto mi ha dato. Compreso il privilegio di dividere con Te un'avventura unica, caro Professore tanto ammirato. Chissà, magari ci incroceremo di nuovo, chissà dove, e avremo quel piacere unico ed indescrivibile dell'incontro dopo tanti anni, che voleranno via in un attimo, come non fossero mai trascorsi. Io lo spero, davvero. Un abbraccio grande, Professore.
Roberto

Beppe ha detto...

Bellissimo!
C'è avventura, cuore, ragione, orgoglio, sacrificio...in definitiva... anima...
Scrittura a chilometri zero retorica

paologls ha detto...

Non so che cosa sia la scrittura a chilometri zero, mi mancava, ma di sicuro i vostri messaggi sono la scrittura più bella.
Grazie!...
Dalle mail ricevute mi rendo conto che il post ha aperto una serie infinita di questioni:
1) Si parte perchè l'Italia è quella che è, come politica-amministrazione-burocrazia, o no?
2) L'amore per l'Italia dopo la partenza: rimane, cambia, s'annulla o si rafforza?
3) Quali sono i lavori che le ultime generazioni di italiani, partite negli ultimi 20 anni, stanno svolgendo all'estero?
4) Quale sarà il contributo che i partenti degli ultimi 20 anni daranno all'Italia?
E potrei continuare...
Scrivete ancora...
Grazie e un caro saluto.
P

Best friend Verona ha detto...

Una vita bella e...difficile.
Non comoda: e non parlo di case e mobili , ma di anima ed equilibrio

Chez Nous ha detto...

Una vita 2.0. Complimenti
Per esperienza personale è difficile conciliare famiglia, lavoro, figli, viaggi, e... stabilità di vita. Di tutto qualcosa ti scappa.Inevitabile .

Scialla fratello ha detto...

Voglio la vita spericolata? No grazie...ma
una cosa ti invidio. Vivendo in così tanti posti del mondo hai una visione più aperta delle cose molto di più ch se avessi letto tanti libri. Puoi dire "io c'ero" e non "mi hanno detto che" "ho sentito dire che". Puoi dire che conosci il mondo perchè ci hai vissuto e non hai solo guardato il libro di geografia. Sicuro hai un'esperienza unica anche perchè capita spesso di triovare persone che vivono all'estero ma solo un paese o al massimo due. Tu hai vissuto veramente quasi dappertutto.

Ada ha detto...

La domanda è: quando smetti di girare e ti fermi da qualche parte?

paologls ha detto...

Mi sono fermato.
A Fermo.