29 gennaio 2026

Divagazioni lontano dal mondo

 

In questo periodo ho deciso di prendermi un tempo per lo studio e la riflessione lontano da tutto, credo sia utile così. Serve un punto di vista esterno e lontano per vedere le cose nel loro insieme e conoscere nuovi orizzonti. Tornerò in campo, ma col mio alfabeto di valori. Stare lontano dai riflettori e fare un passo indietro è l’unico modo per rimettere a fuoco davvero. Guardare da lontano permette di togliere il rumore, capire cosa conta e cosa no.

Molti, assai più illustri di me, hanno seguito la stessa strada. Ne parlo qui, visto mai che interessi anche a qualcun altro, cari amici.

Uno, quello che più di tutti ha fatto della distanza uno strumento di comprensione, è stato Montaigne.

Montaigne si ritirò dalla vita pubblica, si mise “in disparte” e da lì osservò tutto: sé stesso, gli altri, le passioni, le illusioni. I Saggi nacquero proprio da questo gesto radicale: prendere distanza per capire, non per giudicare. Il suo sguardo era consapevole, ironico, umano. Non cercava verità assolute, ma chiarezza interiore.

Adoro Montaigne, ma mi sento più vicino ad altri che hanno incarnato questa stessa postura.

In Spinoza ammiro, anche se non mi è mai bastata, la distanza razionale: capire le cose sub specie aeternitatis, cioè da un punto di vista più ampio possibile.

Ma mi è sempre piaciuto anche Calvino delle Lezioni americane con la sua leggerezza e il suo togliere peso alle cose per vederle meglio.

Fermarsi e guardare tutto da lontano rende consapevoli.

Leopardi mi ha sempre affascinato per la distanza cosmica: allontanarsi fino a vedere l’uomo come parte minuscola dell’universo e da lì far nascere una lucidità feroce.

Sento vicino Leopardi perché la sua distanza è la mia in concreto: 24 anni di vita all’estero, di voli aerei e di viaggi interiori, cambiando casa ogni tot di anni con una intensità ed esperienza di vita a 360°. Etiopia 9 anni, Cuba 4 anni, Kenya 4 anni, Egitto 3 anni, Nigeria 2 anni, Arabia Saudita 2 anni. Anche se la “guardavo” sempre, l’Italia era lontana, lo sguardo era dall’Africa, dal Medio Oriente, dalle Americhe. Vedere tutto e vivere tutto, leggere il senso della vita in ogni luogo del mondo, l’ho fatto ed è stato avvincente. Tante vite in una, la mia. Tanti punti di vista che impari vivendo NEL mondo.

In Marco Aurelio amo la distanza stoica: guardare il mondo dall’alto, ridimensionare tutto per non esserne travolti.

In questa epoca, la distanza dal mondo non è fuga né superiorità: è igiene dell’anima.

Marco Aurelio non si ritira dal mondo (è imperatore ed è immerso nel caos), ma crea una distanza interiore. Il mondo resta uguale: rumoroso, ingiusto, imprevedibile. A cambiare è il punto da cui lo guardi.

La distanza dello sguardo è mentale, non fisica.

Serve a non essere trascinati dagli eventi.

Uno delle passioni che ho nutrito fin da bambino è lo studio del mappamondo, dell’atlante geografico. Ritrovo nell’opera di Marco Aurelio lo sguardo dall’alto (quasi una vista aerea): vedere dall’alto terre lontane, città, eserciti, nascite, morti, feste, litigi…

Da lì capisci che ciò che ti sembra enorme è in realtà minuscolo; che la fama è un’eco che dura pochissimo; che i conflitti umani si ripetono sempre uguali.

Questa distanza ridimensiona, e ridimensionare è già una forma di libertà.

In effetti si può separare quello che dipende da noi.

Il cuore stoico è qui: non sono le cose a turbarci, ma il giudizio che diamo su di esse.

Prendere distanza significa staccare l’evento dalla tua reazione. Il mondo fa il mondo. Tu scegli come stare.

Questa è forse la distanza più difficile: non anestesia, ma padronanza.

La distanza può essere compassione e qui Marco Aurelio sorprende. Guardare dall’alto non serve a disprezzare gli altri, ma a capirli: chi ferisce lo fa per ignoranza, spesso lo fa per invidia o bassezza. Peggio per loro, si incarcerano nella propria arroganza e la coltivano.

La distanza allora diventa pietà lucida, non cinismo.

Un paradosso bellissimo di Marco Aurelio che condivido totalmente, è che più ti distanzi interiormente, più puoi essere presente, fare il tuo dovere, restare giusto, anche nel disordine.

 Nelle Meditazioni, II, 1, parafrasando, il testo dice:

Oggi incontrerò persone invadenti, ingrati, arroganti.
Ma nessuno di loro può farmi del male, se io non lo permetto.

Questa è la distanza: il mondo non entra senza il mio consenso.

Ecco uno dei passi più emblematici sul tema della distanza interiore e dello sguardo dall’alto:

“Osserva dall’alto le cose umane:
le moltitudini, gli eserciti, i commerci,
i matrimoni, le nascite, le morti,
il frastuono dei tribunali,
i deserti e le città affollate.

Considera quante cose cambiano,
quante rapidamente svaniscono,
e come tutto ciò che ora ti sembra importante
presto sarà nulla”.
(Meditazioni, VII, 48 – parafrasi)

Qui c’è tutta la mia idea di distanza: allontanarsi abbastanza per vedere la sproporzione, non negare il mondo, ma impedirgli di invaderti.

Per gli stoici, la felicità (eudaimonía) è accordo con la propria natura razionale.
La sofferenza nasce quando sei troppo dentro le cose: dentro le aspettative, dentro i giudizi altrui, dentro ciò che non controlli.

La distanza crea uno spazio minimo, ma decisivo, tra ciò che accade e ciò che sei.
In quello spazio nasce la libertà. E la libertà è già una forma di felicità.

La felicità come assenza di invasione: Marco Aurelio suggerisce un’idea radicale:
sei infelice quando permetti al mondo di occupare il tuo centro, di abitarti.

“Puoi vivere bene ora, se impari a ritirarti in te stesso.”
(Meditazioni, IV)

La distanza non è isolamento: è non essere colonizzato dagli eventi.

Quando guardi da lontano il successo perde ebbrezza, il fallimento perde veleno, il giudizio degli altri non ha alcun potere.

Più distanza equivale a meno dipendenza e a più libertà.

Marco Aurelio lo dice quasi brutalmente:

“Quanto è breve il tempo che ci è concesso”.

Se tutto passa, allora nulla merita di devastarti.
Questa consapevolezza non rende freddi, rende leggeri.

La felicità come quiete, non come conquista

La distanza sposta la felicità dall’esterno all’interno, dal risultato all’atteggiamento, dal mondo al rapporto che hai con il mondo.

Per questo è una felicità discreta, silenziosa, ma solida.

La distanza non ti allontana dalla vita: ti restituisce a te stesso.
E quando non sei in balìa delle cose, sei già felice — o, almeno, non più infelice per necessità.

Vi ricordate quando avete studiato a scuola la differenza tra Marco Aurelio ed Epicuro?

Distanza come dominio / distanza come sottrazione

Marco Aurelio (Stoicismo)

  • Distanza = controllo interiore
  • Felicità = accordo con la ragione
  • Il mondo resta ostile → tu resti saldo
  • Ideale: apatheia (non essere in balìa delle passioni)

La distanza è verticale: ti elevi sopra gli eventi.

Epicuro (Epicureismo)

  • Distanza = riduzione dei bisogni
  • Felicità = piacere stabile (atarassia)
  • Il mondo è fonte di turbamento → tu ne esci gradualmente
  • Ideale: vita semplice, nascosta (làthe biōsas)

La distanza è orizzontale: ti sposti fuori dal frastuono.

C’è una differenza decisiva

  • Marco Aurelio dice: resta nel mondo, ma non farti toccare
  • Epicuro dice: allontanati dal mondo per non essere ferito

Entrambi cercano la serenità, ma:

  • lo stoico resiste
  • l’epicureo evita (un mio amico, professore birmano e buddista, non ha mai mangiato frutta perché non può permettersela, è felice così e me l’ha spiegato nel 1987 a Pagan, facendomi da guida tra un tempio e l’altro).

Leopardi, che rifiuta la felicità, guarda sia gli stoici sia Epicuro e conclude che, in sostanza, la distanza non salva.

Per Leopardi il dolore non nasce solo dal giudizio (come per Marco Aurelio), né solo da desideri mal calibrati (come per Epicuro).

Nasce dalla struttura stessa della vita. La natura non è neutra né razionale: è indifferente e ostile.

Per Leopardi prendere distanza significa vedere meglio, ma vedere meglio significa soffrire di più, non di meno (e quanto è vero questo!)

Lo sguardo dall’alto non consola, l’infinito non libera, annienta.

Per Giacomo la felicità stoica ed epicurea sembrano autoinganni nobili. Per lui non puoi rifugiarti dentro (è contro Marco Aurelio).

Non puoi semplificare fino alla pace (contro Epicuro).

L’unica “salvezza” possibile è la solidarietà tra esseri sofferenti

Non felicità, ma dignità condivisa (rileggetevi La Ginestra).

Tre frasi, tre mondi

  • Marco Aurelio: la felicità è non essere scosso
  • Epicuro: la felicità è non avere bisogno
  • Leopardi: la felicità non è data all’uomo

Eppure, Leopardi non diventa mai un nichilista freddo: rifiuta la felicità per amore della verità.

Leopardi accetta una cosa che gli altri due rifiutano: la distanza aumenta la verità, non la felicità.

Nella Ginestra l’uomo “lucido” è colui che non si illude, non si rifugia, non si anestetizza. Eppure non diventa cinico. Diventa solidale. SOLIDALE è bellissimo: non felicità, ma alleanza nel dolore.
Questa è la vera alternativa leopardiana. Altro che nichilismo.

Non esiste una risposta unica. Ogni visione è vera in un punto diverso dell’esperienza umana.

Marco Aurelio ha ragione quando sei dentro il caos, quando non puoi scappare, quando devi agire, lavorare, reggere. Andare in pensione qui aiuta parecchio.

Lo stoicismo è una filosofia di resistenza. Non ti promette gioia, ma tenuta. È potentissimo nei momenti di pressione.

Epicuro ha ragione quando il mondo è diventato rumore, quando sei stanco di voler essere “all’altezza”, quando desideri il poco che ti rende felice.

Epicuro è una filosofia di sottrazione. Non ti chiede forza, ma sobrietà. È prezioso nei momenti di esaurimento.

Leopardi ha ragione quando non vuoi più mentirti, quando la distanza non consola, quando senti che il dolore non è un errore correggibile. Leopardi è una filosofia della verità nuda. Non salva l’individuo, ma dà dignità all’umano. È inevitabile nei momenti di lucidità radicale, ma qui Leopardi sorprende più di tutti.

Se togli la felicità come piacere (Epicuro) e la felicità come equilibrio interiore (Marco Aurelio) non resta il vuoto.

Restano almeno tre cose fortissime:

-         la lucidità (vedere il mondo per ciò che è, senza abbellimenti.
Non consola, ma libera dalla menzogna).

-         la solidarietà (se tutti siamo sottoposti al dolore possiamo essere solidali l’uno con l’altro)

-         la dignità (non vinci, ci suggerisce Giacomo, ma non ti inchini alle illusioni. Non hai la felicità, ma hai qualcosa di più sobrio, più adulto, più raro, che alla fine ci si avvicina: la consapevolezza di ciò che sei.)

Se uno studente mi chiedesse una formula tipo quelle mappe concettuali terrificanti che facevo anni fa:  

·         Vuoi reggere il mondo? → Marco Aurelio

·         Vuoi vivere in pace? → Epicuro

·         Vuoi capire fino in fondo? → Leopardi

E la cosa più umana e fascinosa è che, nella vita reale, si passa da uno all’altro.

Prendere distanza dal mondo può renderti forte, può renderti sereno, può renderti lucido. Ma nessuna distanza ti mette al riparo dal fatto essenziale: vivere significa essere esposti. Lo stoico si salva dominando il giudizio, l’epicureo sottraendosi al desiderio, il leopardiano rifiutando l’illusione.
Eppure il mondo continua a colpire, il corpo a finire, il tempo a consumare ogni equilibrio.

Se ti elevi troppo, rischi di non sentire più.
Se ti ritiri troppo, rischi di non vivere.
Se vedi troppo chiaramente, rischi di non sperare.

Forse la distanza non è una dimora, ma un movimento:
avvicinarsi abbastanza da essere vivi, allontanarsi abbastanza da non essere distrutti.

La saggezza non sta nello stare sempre fuori dal mondo,
né nel restarci sempre immersi, ma nel tornare a sé ogni volta che il mondo pretende di essere tutto.

E in questo andare e tornare,  fragile, imperfetto,  non c’è felicità garantita,
ma c’è una cosa più rara: una vita che non si lascia possedere né dalle illusioni né dalla disperazione. Io non nego la sofferenza: la includo. Non sono un “pessimista classico”.

Per me l’imperfezione non è un difetto da correggere, ma la condizione del sentire.

Per me la sofferenza non è una smentita della vita, ma il prezzo dell’intensità della vita (chi non vive e ama  non soffre). A volte la sofferenza è una malattia fisica e ne so qualcosa. Per me la felicità non è assenza di dolore, ma pienezza nonostante il dolore.

Il mio non è ottimismo facile. È una forma di coraggio affettivo.

Marco Aurelio avrebbe rispettato questa mia posizione, penso, anche se avrebbe cercato di attenuare  l’esposizione.


Epicuro mi avrebbe avvertito del rischio di pagare troppo caro il piacere.
Giacomo, da Recanati nella fredda casa paterna o da Napoli mangiando gelati, probabilmente avrebbe taciuto un attimo sentendo il sapore di una sfogliatella, e poi forse avrebbe riconosciuto che ciò che descrivo è una scelta, non un’illusione.

Perché  non sto dicendo “la vita è buona”. Sto dicendo: “io la scelgo, così com’è”.

Chi rinuncerebbe alla bellezza della vita per qualche “imprevisto”?

C’è una sproporzione accettata. Sì, la vita fa male. Sì, costa fatica. Ma non abbastanza da giustificare la rinuncia. Alla fine la felicità non è una teoria filosofica.
È una fedeltà: restare dalla parte della vita anche quando non è comoda.

E questo, più che ottimismo o pessimismo, è una forma rara di maturità. La chiamerei fedeltà alla vita.

Non amore ingenuo, non ottimismo programmato.
Fedeltà significa restare, pur sapendo.

La gioia resta tale anche se imperfetta. Una gioia che non pretende garanzie (quando nasciamo nessuno ci dà la garanzia, né il libretto per i tagliandi e la manutenzione). Una gioia che non chiede che il dolore sparisca e soprattutto non si ritira quando la vita si complica.

È una gioia che dice: “vale comunque”. Un po’ come in Camus che parte da Leopardi (e dall’assurdo), ma rifiuta la rinuncia. Nel Mito di Sisifo dice: il mondo non promette senso, la vita è sproporzionata, la sofferenza è inevitabile, ma conclude:

“Bisogna immaginare Sisifo felice”.

Non perché la vita sia “giusta”.
Ma perché l’atto di viverla pienamente è già una risposta.

Così incontro anche Camus per accettare l’imperfezione senza addolcirla, non cercare consolazioni metafisiche, scegliere comunque la vita, con tutta l’intensità possibile (e ancora l’Etiopia, Cuba, il Kenya, il mondo, le esperienze, gli amori, i successi, i tradimenti da chi non te lo saresti mai aspettato, le bellezze e le emozioni)

La mia non è speranza. È rivolta gioiosa.

Non posso vincere la vita, ma posso abitarla con passione. La vita non è fatta per essere perfetta, ma per essere sentita fino in fondo.
E io accetto il prezzo, perché la bellezza lo supera.
Questa non è una sintesi che pacifica tutto. È una sintesi che tiene insieme gioia e rischio.

E che, ogni tanto, impone un po’ di distanza, un macroscopio molto incerto, ma bellissimo, per stare lontani dai microscopi facili.

 

©Paolo Giunta La Spada

29 gennaio 2026

 

 

 

Difendere la libertà

 Sono profondamente indignato per il silenzio che avvolge il destino del popolo ucraino. Indignato non solo per l’aggressione che ha subito e subisce, ma per l’assenza di una mobilitazione proporzionata alla gravità della sua sofferenza. È come se, di fronte a una delle più evidenti violazioni del diritto internazionale dell’ultimo secolo, avessimo normalizzato l’inaccettabile.

Dov’è la nostra voce quando una nazione sovrana viene privata della propria sicurezza e della propria integrità territoriale? Dov’è l’eco della solidarietà che abbiamo dimostrato in altre crisi? L’indifferenza è un terreno fertile per l’ingiustizia.
Sotto il profilo umanitario, assistiamo a famiglie divise, città distrutte, milioni di sfollati. Ogni giorno persone comuni perdono tutto ciò che hanno e la nostra risposta collettiva appare assente.
Sul piano democratico, l’Ucraina rappresenta una società che tenta di scegliere liberamente il proprio futuro. Difendere quella libertà non significa prendere parte a uno schieramento ideologico, ma sostenere un principio universale: nessun popolo deve essere costretto a vivere sotto la minaccia delle armi solo per aver scelto l’autodeterminazione.
Dal punto di vista storico, sappiamo che il silenzio internazionale, in passato, ha permesso a conflitti e aggressioni di degenerare. La conoscenza storica dovrebbe quindi guidarci, non paralizzarci.
Quando assistiamo a un’ingiustizia, e non reagiamo neppure con la nostra solidarietà, perdiamo una parte importante di ciò che ci rende comunità civile.

Opinioni

 Vorrei esprimere la mia opinione sul titolo di “corsi di formazione” come “La didattica della Shoah dopo Gaza”. Dire “La Shoah dopo Gaza” suggerisce una relazione di continuità o di confronto diretto tra due eventi storici radicalmente diversi per contesto, natura e significato. Secondo me, questa ambiguità può risultare problematica:

- la Shoah è un genocidio pianificato e industriale, fondato su un’ideologia razzista di sterminio totale;
- Gaza è al centro di un conflitto politico-militare contemporaneo, drammatico e con gravi conseguenze umanitarie, ma storicamente e concettualmente distinto e diverso.
C’è il rischio del negazionismo, o del relativismo, con accostamenti impropri o sloganici che confondono la storia invece di chiarirla.
Da sempre c’è il tentativo, di marca fascista, di negare o relativizzare l’unicità della Shoah.
Ora questo rischio viene anche da ampi settori della Sinistra che continuano a ignorare le dittature religiose come quella di Hamas su Gaza, o come quella dell’Iran.
Non si tratta di negare il diritto al dibattito e al confronto su Gaza, si tratta di respingere sovrapposizioni ideologiche che usano la Shoah come strumento retorico per leggere eventi attuali.
Un titolo del genere dà per scontato ciò che non è affatto scontato: non ha niente a che fare con la conoscenza storica che è essenziale proprio per contrastare il negazionismo.
Si tratta di difendere il rigore storico e morale: la memoria della Shoah non dovrebbe essere piegata a chiavi di lettura politiche contemporanee, perché così rischia di perdere il suo richiamo universale di monito e il suo valore fondante delle nostre società libere e democratiche che hanno combattuto fascismo e nazismo.
Sono contrario a parallelismi che confondono la storia invece di chiarirla, sono per la conoscenza storica senza alcuna omissione.
Molti storici abdicano alla ricerca per convenienza o appartenenza ideologica.
Nelle università italiane prevale spesso una logica di appartenenza e spartizione ideologica che si associa, dall’altro lato, ad una visione snob e verticistica del sapere. Credo invece in un modello di società aperta dove il sapere storico è messo a disposizione di tutti e diventa componente essenziale e vitale di una comunità libera e democratica. Il nostro è un Paese bloccato, che non ha fatto i conti col proprio passato, che non ha una memoria storica condivisa, ma che non ha neanche una memoria collettiva capace di considerare punti di vista plurali. La deriva populistica e autoritaria che è in atto da anni, e la polarizzazione estrema che c’è nella politica italiana, si è palesata in molti ambienti della storiografia nazionale in occasione dei temi riguardanti le guerre della nostra epoca. Il mondo accademico italiano è rimasto bloccato dai veti politici e dalle mode correnti accettando, in molti casi, un clima di silenzio, o di violenza e censura. Alcune università italiane hanno interrotto le relazioni con le università di Tel Aviv, ma non hanno mai interrotto le relazioni con le università dell’Iran. Le ricerche storiche in Italia sono spesso appaltate e caratterizzate dalle immutabili sovrapposizioni delle opposte ideologie dittatoriali del Novecento, dalle relative appartenenze e “pertinenze” politiche.
Tornano di moda dogmatismi e censure come se non esistesse memoria storica delle dittature e non si accettasse il dissenso, l’opinione terza, la visione della complessità.