29 gennaio 2026

Opinioni

 Vorrei esprimere la mia opinione sul titolo di “corsi di formazione” come “La didattica della Shoah dopo Gaza”. Dire “La Shoah dopo Gaza” suggerisce una relazione di continuità o di confronto diretto tra due eventi storici radicalmente diversi per contesto, natura e significato. Secondo me, questa ambiguità può risultare problematica:

- la Shoah è un genocidio pianificato e industriale, fondato su un’ideologia razzista di sterminio totale;
- Gaza è al centro di un conflitto politico-militare contemporaneo, drammatico e con gravi conseguenze umanitarie, ma storicamente e concettualmente distinto e diverso.
C’è il rischio del negazionismo, o del relativismo, con accostamenti impropri o sloganici che confondono la storia invece di chiarirla.
Da sempre c’è il tentativo, di marca fascista, di negare o relativizzare l’unicità della Shoah.
Ora questo rischio viene anche da ampi settori della Sinistra che continuano a ignorare le dittature religiose come quella di Hamas su Gaza, o come quella dell’Iran.
Non si tratta di negare il diritto al dibattito e al confronto su Gaza, si tratta di respingere sovrapposizioni ideologiche che usano la Shoah come strumento retorico per leggere eventi attuali.
Un titolo del genere dà per scontato ciò che non è affatto scontato: non ha niente a che fare con la conoscenza storica che è essenziale proprio per contrastare il negazionismo.
Si tratta di difendere il rigore storico e morale: la memoria della Shoah non dovrebbe essere piegata a chiavi di lettura politiche contemporanee, perché così rischia di perdere il suo richiamo universale di monito e il suo valore fondante delle nostre società libere e democratiche che hanno combattuto fascismo e nazismo.
Sono contrario a parallelismi che confondono la storia invece di chiarirla, sono per la conoscenza storica senza alcuna omissione.
Molti storici abdicano alla ricerca per convenienza o appartenenza ideologica.
Nelle università italiane prevale spesso una logica di appartenenza e spartizione ideologica che si associa, dall’altro lato, ad una visione snob e verticistica del sapere. Credo invece in un modello di società aperta dove il sapere storico è messo a disposizione di tutti e diventa componente essenziale e vitale di una comunità libera e democratica. Il nostro è un Paese bloccato, che non ha fatto i conti col proprio passato, che non ha una memoria storica condivisa, ma che non ha neanche una memoria collettiva capace di considerare punti di vista plurali. La deriva populistica e autoritaria che è in atto da anni, e la polarizzazione estrema che c’è nella politica italiana, si è palesata in molti ambienti della storiografia nazionale in occasione dei temi riguardanti le guerre della nostra epoca. Il mondo accademico italiano è rimasto bloccato dai veti politici e dalle mode correnti accettando, in molti casi, un clima di silenzio, o di violenza e censura. Alcune università italiane hanno interrotto le relazioni con le università di Tel Aviv, ma non hanno mai interrotto le relazioni con le università dell’Iran. Le ricerche storiche in Italia sono spesso appaltate e caratterizzate dalle immutabili sovrapposizioni delle opposte ideologie dittatoriali del Novecento, dalle relative appartenenze e “pertinenze” politiche.
Tornano di moda dogmatismi e censure come se non esistesse memoria storica delle dittature e non si accettasse il dissenso, l’opinione terza, la visione della complessità.

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