Sono profondamente indignato per il silenzio che avvolge il destino del popolo ucraino. Indignato non solo per l’aggressione che ha subito e subisce, ma per l’assenza di una mobilitazione proporzionata alla gravità della sua sofferenza. È come se, di fronte a una delle più evidenti violazioni del diritto internazionale dell’ultimo secolo, avessimo normalizzato l’inaccettabile.
Dov’è la nostra voce quando una nazione sovrana viene privata della propria sicurezza e della propria integrità territoriale? Dov’è l’eco della solidarietà che abbiamo dimostrato in altre crisi? L’indifferenza è un terreno fertile per l’ingiustizia.
Sotto il profilo umanitario, assistiamo a famiglie divise, città distrutte, milioni di sfollati. Ogni giorno persone comuni perdono tutto ciò che hanno e la nostra risposta collettiva appare assente.
Sul piano democratico, l’Ucraina rappresenta una società che tenta di scegliere liberamente il proprio futuro. Difendere quella libertà non significa prendere parte a uno schieramento ideologico, ma sostenere un principio universale: nessun popolo deve essere costretto a vivere sotto la minaccia delle armi solo per aver scelto l’autodeterminazione.
Dal punto di vista storico, sappiamo che il silenzio internazionale, in passato, ha permesso a conflitti e aggressioni di degenerare. La conoscenza storica dovrebbe quindi guidarci, non paralizzarci.
Quando assistiamo a un’ingiustizia, e non reagiamo neppure con la nostra solidarietà, perdiamo una parte importante di ciò che ci rende comunità civile.
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