29 gennaio 2026

Divagazioni lontano dal mondo

 

In questo periodo ho deciso di prendermi un tempo per lo studio e la riflessione lontano da tutto, credo sia utile così. Serve un punto di vista esterno e lontano per vedere le cose nel loro insieme e conoscere nuovi orizzonti. Tornerò in campo, ma col mio alfabeto di valori. Stare lontano dai riflettori e fare un passo indietro è l’unico modo per rimettere a fuoco davvero. Guardare da lontano permette di togliere il rumore, capire cosa conta e cosa no.

Molti, assai più illustri di me, hanno seguito la stessa strada. Ne parlo qui, visto mai che interessi anche a qualcun altro, cari amici.

Uno, quello che più di tutti ha fatto della distanza uno strumento di comprensione, è stato Montaigne.

Montaigne si ritirò dalla vita pubblica, si mise “in disparte” e da lì osservò tutto: sé stesso, gli altri, le passioni, le illusioni. I Saggi nacquero proprio da questo gesto radicale: prendere distanza per capire, non per giudicare. Il suo sguardo era consapevole, ironico, umano. Non cercava verità assolute, ma chiarezza interiore.

Adoro Montaigne, ma mi sento più vicino ad altri che hanno incarnato questa stessa postura.

In Spinoza ammiro, anche se non mi è mai bastata, la distanza razionale: capire le cose sub specie aeternitatis, cioè da un punto di vista più ampio possibile.

Ma mi è sempre piaciuto anche Calvino delle Lezioni americane con la sua leggerezza e il suo togliere peso alle cose per vederle meglio.

Fermarsi e guardare tutto da lontano rende consapevoli.

Leopardi mi ha sempre affascinato per la distanza cosmica: allontanarsi fino a vedere l’uomo come parte minuscola dell’universo e da lì far nascere una lucidità feroce.

Sento vicino Leopardi perché la sua distanza è la mia in concreto: 24 anni di vita all’estero, di voli aerei e di viaggi interiori, cambiando casa ogni tot di anni con una intensità ed esperienza di vita a 360°. Etiopia 9 anni, Cuba 4 anni, Kenya 4 anni, Egitto 3 anni, Nigeria 2 anni, Arabia Saudita 2 anni. Anche se la “guardavo” sempre, l’Italia era lontana, lo sguardo era dall’Africa, dal Medio Oriente, dalle Americhe. Vedere tutto e vivere tutto, leggere il senso della vita in ogni luogo del mondo, l’ho fatto ed è stato avvincente. Tante vite in una, la mia. Tanti punti di vista che impari vivendo NEL mondo.

In Marco Aurelio amo la distanza stoica: guardare il mondo dall’alto, ridimensionare tutto per non esserne travolti.

In questa epoca, la distanza dal mondo non è fuga né superiorità: è igiene dell’anima.

Marco Aurelio non si ritira dal mondo (è imperatore ed è immerso nel caos), ma crea una distanza interiore. Il mondo resta uguale: rumoroso, ingiusto, imprevedibile. A cambiare è il punto da cui lo guardi.

La distanza dello sguardo è mentale, non fisica.

Serve a non essere trascinati dagli eventi.

Una delle passioni che ho nutrito fin da bambino è lo studio del mappamondo, dell’atlante geografico. Ritrovo nell’opera di Marco Aurelio lo sguardo dall’alto (quasi una vista aerea): vedere dall’alto terre lontane, città, eserciti, nascite, morti, feste, litigi…

Da lì capisci che ciò che ti sembra enorme è in realtà minuscolo; che la fama è un’eco che dura pochissimo; che i conflitti umani si ripetono sempre uguali.

Questa distanza ridimensiona, e ridimensionare è già una forma di libertà.

In effetti si può separare quello che dipende da noi.

Il cuore stoico è qui: non sono le cose a turbarci, ma il giudizio che diamo su di esse.

Prendere distanza significa staccare l’evento dalla tua reazione. Il mondo fa il mondo. Tu scegli come stare.

Questa è forse la distanza più difficile: non anestesia, ma padronanza.

La distanza può essere compassione e qui Marco Aurelio sorprende. Guardare dall’alto non serve a disprezzare gli altri, ma a capirli: chi ferisce lo fa per ignoranza, spesso lo fa per invidia o bassezza. Peggio per loro, si incarcerano nella propria arroganza e la coltivano.

La distanza allora diventa pietà lucida, non cinismo.

Un paradosso bellissimo di Marco Aurelio che condivido totalmente, è che più ti distanzi interiormente, più puoi essere presente, fare il tuo dovere, restare giusto, anche nel disordine.

 Nelle Meditazioni, II, 1, parafrasando, il testo dice:

Oggi incontrerò persone invadenti, ingrati, arroganti.
Ma nessuno di loro può farmi del male, se io non lo permetto.

Questa è la distanza: il mondo non entra senza il mio consenso.

Ecco uno dei passi più emblematici sul tema della distanza interiore e dello sguardo dall’alto:

“Osserva dall’alto le cose umane:
le moltitudini, gli eserciti, i commerci,
i matrimoni, le nascite, le morti,
il frastuono dei tribunali,
i deserti e le città affollate.

Considera quante cose cambiano,
quante rapidamente svaniscono,
e come tutto ciò che ora ti sembra importante
presto sarà nulla”.
(Meditazioni, VII, 48 – parafrasi)

Qui c’è tutta la mia idea di distanza: allontanarsi abbastanza per vedere la sproporzione, non negare il mondo, ma impedirgli di invaderti.

Per gli stoici, la felicità (eudaimonía) è accordo con la propria natura razionale.
La sofferenza nasce quando sei troppo dentro le cose: dentro le aspettative, dentro i giudizi altrui, dentro ciò che non controlli.

La distanza crea uno spazio minimo, ma decisivo, tra ciò che accade e ciò che sei.
In quello spazio nasce la libertà. E la libertà è già una forma di felicità.

La felicità come assenza di invasione: Marco Aurelio suggerisce un’idea radicale:
sei infelice quando permetti al mondo di occupare il tuo centro, di abitarti.

“Puoi vivere bene ora, se impari a ritirarti in te stesso.”
(Meditazioni, IV)

La distanza non è isolamento: è non essere colonizzato dagli eventi.

Quando guardi da lontano il successo perde ebbrezza, il fallimento perde veleno, il giudizio degli altri non ha alcun potere.

Più distanza equivale a meno dipendenza e a più libertà.

Marco Aurelio lo dice quasi brutalmente:

“Quanto è breve il tempo che ci è concesso”.

Se tutto passa, allora nulla merita di devastarti.
Questa consapevolezza non rende freddi, rende leggeri.

La felicità come quiete, non come conquista

La distanza sposta la felicità dall’esterno all’interno, dal risultato all’atteggiamento, dal mondo al rapporto che hai con il mondo.

Per questo è una felicità discreta, silenziosa, ma solida.

La distanza non ti allontana dalla vita: ti restituisce a te stesso.
E quando non sei in balìa delle cose, sei già felice — o, almeno, non più infelice per necessità.

Vi ricordate quando avete studiato a scuola la differenza tra Marco Aurelio ed Epicuro?

Distanza come dominio / distanza come sottrazione

Marco Aurelio (Stoicismo)

  • Distanza = controllo interiore
  • Felicità = accordo con la ragione
  • Il mondo resta ostile → tu resti saldo
  • Ideale: apatheia (non essere in balìa delle passioni)

La distanza è verticale: ti elevi sopra gli eventi.

Epicuro (Epicureismo)

  • Distanza = riduzione dei bisogni
  • Felicità = piacere stabile (atarassia)
  • Il mondo è fonte di turbamento → tu ne esci gradualmente
  • Ideale: vita semplice, nascosta (làthe biōsas)

La distanza è orizzontale: ti sposti fuori dal frastuono.

C’è una differenza decisiva

  • Marco Aurelio dice: resta nel mondo, ma non farti toccare
  • Epicuro dice: allontanati dal mondo per non essere ferito

Entrambi cercano la serenità, ma:

  • lo stoico resiste
  • l’epicureo evita (un mio amico, professore birmano e buddista, non ha mai mangiato frutta perché non può permettersela, è felice così e me l’ha spiegato nel 1987 a Pagan, facendomi da guida tra un tempio e l’altro).

Leopardi, che rifiuta la felicità, guarda sia gli stoici sia Epicuro e conclude che, in sostanza, la distanza non salva.

Per Leopardi il dolore non nasce solo dal giudizio (come per Marco Aurelio), né solo da desideri mal calibrati (come per Epicuro).

Nasce dalla struttura stessa della vita. La natura non è neutra né razionale: è indifferente e ostile.

Per Leopardi prendere distanza significa vedere meglio, ma vedere meglio significa soffrire di più, non di meno (e quanto è vero questo!)

Lo sguardo dall’alto non consola, l’infinito non libera, annienta.

Per Giacomo la felicità stoica ed epicurea sembrano autoinganni nobili. Per lui non puoi rifugiarti dentro (è contro Marco Aurelio).

Non puoi semplificare fino alla pace (contro Epicuro).

L’unica “salvezza” possibile è la solidarietà tra esseri sofferenti

Non felicità, ma dignità condivisa (rileggetevi La Ginestra).

Tre frasi, tre mondi

  • Marco Aurelio: la felicità è non essere scosso
  • Epicuro: la felicità è non avere bisogno
  • Leopardi: la felicità non è data all’uomo

Eppure, Leopardi non diventa mai un nichilista freddo: rifiuta la felicità per amore della verità.

Leopardi accetta una cosa che gli altri due rifiutano: la distanza aumenta la verità, non la felicità.

Nella Ginestra l’uomo “lucido” è colui che non si illude, non si rifugia, non si anestetizza. Eppure non diventa cinico. Diventa solidale. SOLIDALE è bellissimo: non felicità, ma alleanza nel dolore.
Questa è la vera alternativa leopardiana. Altro che nichilismo.

Non esiste una risposta unica. Ogni visione è vera in un punto diverso dell’esperienza umana.

Marco Aurelio ha ragione quando sei dentro il caos, quando non puoi scappare, quando devi agire, lavorare, reggere. Andare in pensione qui aiuta parecchio.

Lo stoicismo è una filosofia di resistenza. Non ti promette gioia, ma tenuta. È potentissimo nei momenti di pressione.

Epicuro ha ragione quando il mondo è diventato rumore, quando sei stanco di voler essere “all’altezza”, quando desideri il poco che ti rende felice.

Epicuro è una filosofia di sottrazione. Non ti chiede forza, ma sobrietà. È prezioso nei momenti di esaurimento.

Leopardi ha ragione quando non vuoi più mentirti, quando la distanza non consola, quando senti che il dolore non è un errore correggibile. Leopardi è una filosofia della verità nuda. Non salva l’individuo, ma dà dignità all’umano. È inevitabile nei momenti di lucidità radicale, ma qui Leopardi sorprende più di tutti.

Se togli la felicità come piacere (Epicuro) e la felicità come equilibrio interiore (Marco Aurelio) non resta il vuoto.

Restano almeno tre cose fortissime:

-         la lucidità (vedere il mondo per ciò che è, senza abbellimenti.
Non consola, ma libera dalla menzogna).

-         la solidarietà (se tutti siamo sottoposti al dolore possiamo essere solidali l’uno con l’altro)

-         la dignità (non vinci, ci suggerisce Giacomo, ma non ti inchini alle illusioni. Non hai la felicità, ma hai qualcosa di più sobrio, più adulto, più raro, che alla fine ci si avvicina: la consapevolezza di ciò che sei.)

Se uno studente mi chiedesse una formula tipo quelle mappe concettuali terrificanti che facevo anni fa:  

·         Vuoi reggere il mondo? → Marco Aurelio

·         Vuoi vivere in pace? → Epicuro

·         Vuoi capire fino in fondo? → Leopardi

E la cosa più umana e fascinosa è che, nella vita reale, si passa da uno all’altro.

Prendere distanza dal mondo può renderti forte, può renderti sereno, può renderti lucido. Ma nessuna distanza ti mette al riparo dal fatto essenziale: vivere significa essere esposti. Lo stoico si salva dominando il giudizio, l’epicureo sottraendosi al desiderio, il leopardiano rifiutando l’illusione.
Eppure il mondo continua a colpire, il corpo a finire, il tempo a consumare ogni equilibrio.

Se ti elevi troppo, rischi di non sentire più.
Se ti ritiri troppo, rischi di non vivere.
Se vedi troppo chiaramente, rischi di non sperare.

Forse la distanza non è una dimora, ma un movimento:
avvicinarsi abbastanza da essere vivi, allontanarsi abbastanza da non essere distrutti.

La saggezza non sta nello stare sempre fuori dal mondo,
né nel restarci sempre immersi, ma nel tornare a sé ogni volta che il mondo pretende di essere tutto.

E in questo andare e tornare,  fragile, imperfetto,  non c’è felicità garantita,
ma c’è una cosa più rara: una vita che non si lascia possedere né dalle illusioni né dalla disperazione. Io non nego la sofferenza: la includo. Non sono un “pessimista classico”.

Per me l’imperfezione non è un difetto da correggere, ma la condizione del sentire.

Per me la sofferenza non è una smentita della vita, ma il prezzo dell’intensità della vita (chi non vive e ama  non soffre). A volte la sofferenza è una malattia fisica e ne so qualcosa. Per me la felicità non è assenza di dolore, ma pienezza nonostante il dolore.

Il mio non è ottimismo facile. È una forma di coraggio affettivo.

Marco Aurelio avrebbe rispettato questa mia posizione, penso, anche se avrebbe cercato di attenuare  l’esposizione.


Epicuro mi avrebbe avvertito del rischio di pagare troppo caro il piacere.
Giacomo, da Recanati nella fredda casa paterna o da Napoli mangiando gelati, probabilmente avrebbe taciuto un attimo sentendo il sapore di una sfogliatella, e poi forse avrebbe riconosciuto che ciò che descrivo è una scelta, non un’illusione.

Perché  non sto dicendo “la vita è buona”. Sto dicendo: “io la scelgo, così com’è”.

Chi rinuncerebbe alla bellezza della vita per qualche “imprevisto”?

C’è una sproporzione accettata. Sì, la vita fa male. Sì, costa fatica. Ma non abbastanza da giustificare la rinuncia. Alla fine la felicità non è una teoria filosofica.
È una fedeltà: restare dalla parte della vita anche quando non è comoda.

E questo, più che ottimismo o pessimismo, è una forma rara di maturità. La chiamerei fedeltà alla vita.

Non amore ingenuo, non ottimismo programmato.
Fedeltà significa restare, pur sapendo.

La gioia resta tale anche se imperfetta. Una gioia che non pretende garanzie (quando nasciamo nessuno ci dà la garanzia, né il libretto per i tagliandi e la manutenzione). Una gioia che non chiede che il dolore sparisca e soprattutto non si ritira quando la vita si complica.

È una gioia che dice: “vale comunque”. Un po’ come in Camus che parte da Leopardi (e dall’assurdo), ma rifiuta la rinuncia. Nel Mito di Sisifo dice: il mondo non promette senso, la vita è sproporzionata, la sofferenza è inevitabile, ma conclude:

“Bisogna immaginare Sisifo felice”.

Non perché la vita sia “giusta”.
Ma perché l’atto di viverla pienamente è già una risposta.

Così incontro anche Camus per accettare l’imperfezione senza addolcirla, non cercare consolazioni metafisiche, scegliere comunque la vita, con tutta l’intensità possibile (e ancora l’Etiopia, Cuba, il Kenya, il mondo, le esperienze, gli amori, i successi, i tradimenti da chi non te lo saresti mai aspettato, le bellezze e le emozioni)

La mia non è speranza. È rivolta gioiosa.

Non posso vincere la vita, ma posso abitarla con passione. La vita non è fatta per essere perfetta, ma per essere sentita fino in fondo.
E io accetto il prezzo, perché la bellezza lo supera.
Questa non è una sintesi che pacifica tutto. È una sintesi che tiene insieme gioia e rischio.

E che, ogni tanto, impone un po’ di distanza, un macroscopio molto incerto, ma bellissimo, per stare lontani dai microscopi facili.

 

©Paolo Giunta La Spada

29 gennaio 2026

 

 

 

Difendere la libertà

 Sono profondamente indignato per il silenzio che avvolge il destino del popolo ucraino. Indignato non solo per l’aggressione che ha subito e subisce, ma per l’assenza di una mobilitazione proporzionata alla gravità della sua sofferenza. È come se, di fronte a una delle più evidenti violazioni del diritto internazionale dell’ultimo secolo, avessimo normalizzato l’inaccettabile.

Dov’è la nostra voce quando una nazione sovrana viene privata della propria sicurezza e della propria integrità territoriale? Dov’è l’eco della solidarietà che abbiamo dimostrato in altre crisi? L’indifferenza è un terreno fertile per l’ingiustizia.
Sotto il profilo umanitario, assistiamo a famiglie divise, città distrutte, milioni di sfollati. Ogni giorno persone comuni perdono tutto ciò che hanno e la nostra risposta collettiva appare assente.
Sul piano democratico, l’Ucraina rappresenta una società che tenta di scegliere liberamente il proprio futuro. Difendere quella libertà non significa prendere parte a uno schieramento ideologico, ma sostenere un principio universale: nessun popolo deve essere costretto a vivere sotto la minaccia delle armi solo per aver scelto l’autodeterminazione.
Dal punto di vista storico, sappiamo che il silenzio internazionale, in passato, ha permesso a conflitti e aggressioni di degenerare. La conoscenza storica dovrebbe quindi guidarci, non paralizzarci.
Quando assistiamo a un’ingiustizia, e non reagiamo neppure con la nostra solidarietà, perdiamo una parte importante di ciò che ci rende comunità civile.

Opinioni

 Vorrei esprimere la mia opinione sul titolo di “corsi di formazione” come “La didattica della Shoah dopo Gaza”. Dire “La Shoah dopo Gaza” suggerisce una relazione di continuità o di confronto diretto tra due eventi storici radicalmente diversi per contesto, natura e significato. Secondo me, questa ambiguità può risultare problematica:

- la Shoah è un genocidio pianificato e industriale, fondato su un’ideologia razzista di sterminio totale;
- Gaza è al centro di un conflitto politico-militare contemporaneo, drammatico e con gravi conseguenze umanitarie, ma storicamente e concettualmente distinto e diverso.
C’è il rischio del negazionismo, o del relativismo, con accostamenti impropri o sloganici che confondono la storia invece di chiarirla.
Da sempre c’è il tentativo, di marca fascista, di negare o relativizzare l’unicità della Shoah.
Ora questo rischio viene anche da ampi settori della Sinistra che continuano a ignorare le dittature religiose come quella di Hamas su Gaza, o come quella dell’Iran.
Non si tratta di negare il diritto al dibattito e al confronto su Gaza, si tratta di respingere sovrapposizioni ideologiche che usano la Shoah come strumento retorico per leggere eventi attuali.
Un titolo del genere dà per scontato ciò che non è affatto scontato: non ha niente a che fare con la conoscenza storica che è essenziale proprio per contrastare il negazionismo.
Si tratta di difendere il rigore storico e morale: la memoria della Shoah non dovrebbe essere piegata a chiavi di lettura politiche contemporanee, perché così rischia di perdere il suo richiamo universale di monito e il suo valore fondante delle nostre società libere e democratiche che hanno combattuto fascismo e nazismo.
Sono contrario a parallelismi che confondono la storia invece di chiarirla, sono per la conoscenza storica senza alcuna omissione.
Molti storici abdicano alla ricerca per convenienza o appartenenza ideologica.
Nelle università italiane prevale spesso una logica di appartenenza e spartizione ideologica che si associa, dall’altro lato, ad una visione snob e verticistica del sapere. Credo invece in un modello di società aperta dove il sapere storico è messo a disposizione di tutti e diventa componente essenziale e vitale di una comunità libera e democratica. Il nostro è un Paese bloccato, che non ha fatto i conti col proprio passato, che non ha una memoria storica condivisa, ma che non ha neanche una memoria collettiva capace di considerare punti di vista plurali. La deriva populistica e autoritaria che è in atto da anni, e la polarizzazione estrema che c’è nella politica italiana, si è palesata in molti ambienti della storiografia nazionale in occasione dei temi riguardanti le guerre della nostra epoca. Il mondo accademico italiano è rimasto bloccato dai veti politici e dalle mode correnti accettando, in molti casi, un clima di silenzio, o di violenza e censura. Alcune università italiane hanno interrotto le relazioni con le università di Tel Aviv, ma non hanno mai interrotto le relazioni con le università dell’Iran. Le ricerche storiche in Italia sono spesso appaltate e caratterizzate dalle immutabili sovrapposizioni delle opposte ideologie dittatoriali del Novecento, dalle relative appartenenze e “pertinenze” politiche.
Tornano di moda dogmatismi e censure come se non esistesse memoria storica delle dittature e non si accettasse il dissenso, l’opinione terza, la visione della complessità.

5 marzo 2024

 

6 marzo, Giornata europea dei Giusti

Per un’educazione alla pace basata sulla conoscenza storica

 

di Paolo Giunta La Spada

 

 

La Giornata europei dei Giusti è stata promossa nel 2012 dal Parlamento europeo per ricordare, nell’anniversario della morte di Moshe Bejski, “coloro che si sono opposti con responsabilità individuale ai crimini contro l'umanità e ai totalitarismi, considerando che il ricordo del bene è fondamentale nel processo dell'integrazione europea, perché insegna alle generazioni più giovani che chiunque può decidere di aiutare gli altri esseri umani”.

Quest’anno la Giornata europea dei Giusti capita a due anni dall’invasione russa dell’Ucraina e mentre, dopo il massacro del 7 ottobre 2023 contro la popolazione israeliana da parte dei terroristi di Hamas, infuria una guerra nella striscia di Gaza con un prezzo altissimo pagato non solo dai soldati che si affrontano, ma anche dalle inermi popolazioni civili. Lo stesso prezzo che soffrono le popolazioni ucraine sottoposte da più di due anni all’aggressione,  ai bombardamenti e agli attacchi degli invasori russi.

Nel mondo continuano a infuriare guerre e si fanno strada le politiche dell’odio che dividono i popoli e le società. Si infiltrano così, anche tra molti dei nostri giovani, forme di rassegnazione a un destino sempre più privo di sogni, senza futuro, ci si piega lentamente all’egoismo e al male, si diventa assuefatti all’indifferenza, si sceglie il disimpegno, il nichilismo, o ancor peggio, si rimette in sesto il vecchio linguaggio dell’odio.  

D’altro lato non serve, come va di moda oggi, limitarsi a invocare la pace, qualcosa che tutti dicono di volere, perfino i dittatori che sulle bugie costruiscono la loro carriera.

Volere, costruire e realizzare la pace è certamente il nostro obiettivo, ma non servono slogan così vaghi e generici se non si hanno competenze storiche e geopolitiche, se non si è al corrente delle dottrine e degli obiettivi dei singoli stati nazionali, se non si considera in concreto il quadro delle difficoltà.

Per molti, purtroppo, valgono solo i propri pregiudizi ideologici, politici e religiosi. E l’analfabetismo culturale dilagante peggiora la situazione.

Colpisce l’attenzione, inoltre, quando si vedono quelli che invocano la pace, ma  fomentando atti e usando toni che favoriscono nuove forme di disprezzo e discriminazione, di odio razzista e antisemita, di violenza ideologica, di nuova guerra.  

In molte società del mondo prevalgono sempre di più politiche reazionarie e autoritarie basate sulla propaganda, sull’occupazione e sul monopolio dei sistemi d’informazione, sull’uso di un populismo estremo che fa presa sui popoli lasciati volutamente nell’ignoranza, e costretti in molti paesi del pianeta a un dominio dello stato nella vita privata, con elezioni che obbligano a un solo leader politico da votare, con una sola religione da seguire e obbligatoria per tutti.

Nel mondo esistono dozzine di dittature di diversa natura: militari, ideologiche, o religiose. Poi esiste il mondo libero, il nostro mondo libero che, pur strapieno di tare, scandali e difetti, resta un autentico caposaldo di libertà al mondo, un’isola di pace, costituzionalmente sicura, un’oasi di pluralità culturale, democrazia, rispetto dei diritti.

Questo nostro mondo va difeso perché il rischio è che si indebolisca o scompaia quanto rimane nel pianeta della pace, della libertà, della pluralità ideologica e culturale, della democrazia, dei diritti delle persone e delle minoranze.

L’esperienza storica, anche del Novecento, lo insegna: i dittatori non sono per la pace e non ce la regaleranno mai. I dittatori impongono la loro violenza. Non potremo mai ottenere la pace da dittatori criminali che sostengono sistemi e pratiche ideologiche che hanno come traguardo di distruggere le società del mondo libero.

E’ difficile far ragionare i dittatori e non ne ho mai visto uno pentito, piuttosto li ho visti tutti giocare con la vita dei loro popoli e con la sorte del mondo intero.

Dittature e terrorismi non ci concederanno mai pace, né la concederanno ai loro stessi popoli che rischiano di rimanere asserviti; oppure di subire, se si ribellano, persecuzioni, prigionie, deportazioni e morte.

La pace potremo ottenerla solo se il nostro mondo libero diventa sempre più forte e diffuso, se tutti noi con la nostra partecipazione diventiamo nutrimento,  presidio e difesa dei nostri valori costituzionali.  

I vostri nonni e i miei genitori non hanno combattuto per vedere il mondo dei loro figli e nipoti ritornare verso il triste destino delle dittature, delle guerre, dei campi di prigionia come a Trieste San Sabba, Bolzano Gries, Fossoli o Servigliano.

Abbiamo vissuto per quasi ottant’anni in un’Italia libera, in un’Europa, in un mondo, che trovava finalmente ristoro dopo le guerre scatenate dalle ideologie totalitarie.

Dopo la guerra i nostri nonni e genitori hanno ricostruito l’Italia, non solo da un punto di vista economico, ma sul piano della vita civile, delle libertà, delle opportunità di una società finalmente libera e in pace.

Era un’Italia che soffriva gravi malattie, eppure fu l’epoca che ci fece sognare, credere nel futuro, partecipare con passione alla costruzione del nuovo stato libero e democratico.  

Questa ricostruzione va ripresa oggi, ecco perché serve ancora parlare dei Giusti e dell’operatività del Bene, perché non c’è società che possa crescere e migliorare senza la nostra partecipazione, senza la nostra testimonianza civile.

Siamo quindi chiamati tutti all’impegno per invertire un destino che incombe e non ci appartiene: per riprendere il cammino della cittadinanza pacifica, impegnata nella salvaguardia dei diritti, con una partecipazione e testimonianza coraggiosa, capace di estendere democrazia, libertà e sicurezza in ogni area del pianeta.

Ma che cosa è la Giornata europea dei Giusti e perché mi è cara?

Devo accennare alla vita di Moshe Bejski e al quadro storico che la contiene.

Moshe Bejski nasce in una famiglia povera nel 1921 a Dzialoszyce, vicino a Cracovia, Polonia, un borgo con una popolazione in larga parte ebrea.

Il primo settembre del 1939, l'esercito tedesco invade la Polonia:  il giovane Moshe scappa e viaggia nella speranza di salvarsi, passare il confine russo, nascondersi, ma, con l’alleanza segreta tra Germania nazista e Russia comunista firmata il 23 agosto 1939 per conto di Hitler e Stalin dai ministri Ribbentrop e Molotov, l’esercito russo invade tutta la Polonia dell’est il giorno 17 settembre 1939.

Seguendo gli accordi tra Hitler e Stalin la spartizione della Polonia tra nazisti e sovietici trova confine sul fiume Bug, sul fiume Narev e sulla Vistola. I russi si impossessano di più della metà della Polonia di allora, cioè di un territorio di circa 200.000 km quadrati dove vivevano 5 milioni di ucraini, 5 milioni di polacchi, un milione di ebrei, un milione di bielorussi.

Scrive il ministro russo Molotov:

“Il territorio che è passato all’URSS è, per dimensioni, uguale al territorio di un grande Stato europeo. Quello della Bielorussia occidentale raggiunge i 108mila chilometri quadrati, con una popolazione di 4 milioni e 800.000; quello dell’Ucraina occidentale gli 88.000 chilometri quadrati, con una popolazione di 8 milioni di persone. Inoltre, il territorio dell’Ucraina occidentale che abbiamo acquisito, insieme a quello della Bielorussia occidentale, è di 196.000 chilometri quadrati, con una popolazione di circa 13 milioni, di cui oltre 7 milioni sono ucraini, oltre 3 milioni bielorussi, oltre 1 milione polacchi e oltre 1 milione ebrei”[1].

Queste popolazioni, si trovarono da un giorno all’altro, inglobate nell’URSS. I sovietici eliminarono fisicamente tutti gli ufficiali polacchi per cancellare la classe alta e colta della Polonia[2]. Pochi, a proposito di memoria storica,  ricordano in Italia questa invasione russa.

Dal lato loro i tedeschi inglobarono poco meno della metà del territorio polacco: come annessione al territorio del Reich 11 milioni di abitanti, di cui solo 600.000 tedeschi, e 93.000 chilometri quadrati. Altri 12 milioni di abitanti in altri 96.000 chilometri quadrati con città come Varsavia, Cracovia, Lublino furono annessi in un governatorato generale che amministrava sotto stretta occupazione militare nazista.

Tutti gli ebrei e la gran parte dei polacchi, cioè tutti quelli che si rifiutavano di essere complici degli occupanti, vennero imprigionati e condannati ai lavori forzati e alla morte. Per Hitler l’obiettivo era “la distruzione fisica del nemico, spopolare la Polonia e farla colonizzare dai tedeschi” perché per il dittatore tedesco i polacchi erano “Untermenschen”, cioè esseri di razze inferiori da usare come “schiavi dell’impero tedesco”. Quanto previsto dall’accordo tra Germania nazista e Russia comunista fu realizzato.

L’esercito russo invase la Finlandia alla fine di novembre 1939 e il 12 marzo 1940, a causa della resistenza finlandese, concludeva le operazioni. A giugno 1940 l’URSS si era impossessata anche della Lettonia, dell’Estonia, della Lituania e della Bessarabia romena. La Germania, dopo aver occupato la Norvegia, il 10 maggio 1940 lanciava un massiccio attacco sul fronte occidentale invadendo l’Olanda e il Belgio neutrali, e attaccando la Francia.

Era l’abisso della guerra mondiale.

Torniamo a Moshe che prova a fuggire ancora alla guerra e alle persecuzioni.  Arriva a Varsavia, ma la situazione è critica. I tedeschi procedono a razzie e rastrellamenti, operano trasferimenti e deportazioni nei campi di prigionia. Inoltre stanno murando e chiudendo il ghetto da dove non è più consentito uscire.

Moshe non sa dove rifugiarsi e torna a Dzialoszyce. Il 3 settembre 1942, il comando tedesco impone agli ebrei di Dzialoszyce di raccogliersi nella piazza della città in abiti da lavoro, con un bagaglio che non superi i 30 chili.

Vecchi, bambini e malati vengono messi in disparte. Vengono condotti nei campi di sterminio. Tutti gli idonei al lavoro, invece, vengono inviati in diversi campi di concentramento e sfruttati come schiavi. Moshe è destinato al campo di Miechowitz. Da lì riesce a fuggire con altre 15 persone e si nasconde in una angusta soffitta che fa da nascondiglio. E' costretto a fuggire di nuovo a causa dei continui rastrellamenti, spera di ottenere aiuto da un suo vecchio compagno di scuola, ma non trova soccorso. Riesce ad arrivare a Cracovia, ma senza cibo e senza aiuto si rassegna a tornare nel quartiere ebraico del campo di lavoro di Plaszow. Le condizioni di vita peggiorano radicalmente nel febbraio del 1943, quando cambia il comando del campo e viene esercitata sui prigionieri una violenza costante, assurda, insensata. Molti degli ebrei presenti nel campo vengono inviati ad Auschwitz. Moshe riesce a impietosire e corrompere con del denaro il kapò Marcel Goldberg al fine di uscire dal campo.

Vuole raggiungere la fabbrica di un imprenditore tedesco che aveva aderito al nazismo, ma che per numerose ragioni stava entrando in conflitto con la dirigenza nazista. Contemporaneamente aveva iniziato, un'opera di salvataggio degli operai ebrei che venivano da Plaszow.

Come sapete, l’imprenditore era Oskar Schindler.

Moshe diventa velocemente un esperto nella fabbricazione di documenti falsi per gli ebrei da salvare.

Il 9 maggio 1945 Cracovia è libera. La Germania nazista è stata sconfitta dall’Alleanza degli stati antifascisti e dai movimenti partigiani.

Torna la pace in Europa.

Moshe, che ha perso tutto e non possiede niente, emigra nel nascente stato di Israele, studia e poi si laurea come avvocato a Parigi. Continua a studiare e diventa un magistrato.

Invita a Tel Aviv Oskar Schindler e lo accoglie con altre duecento persone che lui ha contribuito a salvare. Scrive le storie di queste duecento persone su duecento pagine e pubblica il libro "Il tribunale del bene".

Nel 1953 viene creato lo Yad Vashem.

La memoria del Bene è un potente strumento educativo e serve a prevenire genocidi e crimini contro l'Umanità. Serve a riflettere su come si può fermare il male nelle drammatiche condizioni delle guerre, delle dittature, dei sistemi che impediscono la libertà.

Abbiamo un debito di gratitudine con i tanti Giusti delle Marche come Quirino Stortini e Sperandia Azzurri; Giuseppe Pupita e la moglie Elena Terducci, e i figli Anna Maria e Piero; Goffredo Lobati e Stefania Balocchi con il figlio Adolfo e Italo Marchegiani; Alberto Nembrini e Maria Benadducci e tanti altri.

Si riflette sui tanti Giusti di oggi: un esempio, Hamadi ben Abdesslem, la guida tunisina che salvò cinquanta italiani da una morte certa al Museo del Bardo di Tunisi; o Lassana Bathily, il giovane del Mali che salvò i clienti ebrei durante l'attacco al supermercato Iper Kasher di Parigi. Ilham Tohti, il docente uiguro che ha denunciato le violenze subite dalle minoranze in Cina; Godelieve Mukarasi, sopravvissuta al genocidio in Ruanda e ancora impegnata nella cura delle donne vittime di violenza e nella riconciliazione fra Hutu e Tutsi.

Altri Giusti di oggi sono i soldati che disertano le guerre volute dai dittatori o si ribellano a ordini disumani, danno soccorso a costo della loro stessa vita, salvano le vittime delle deportazioni e delle torture.

L’educazione alla pace, in un mondo così complicato e difficile, deve basarsi sulla memoria e sulla conoscenza storica, su una storiografia transnazionale, sulla pluralità delle culture, nel fermo rifiuto di ogni ideologia dittatoriale.









[1] A. Salomoni, Il protocollo segreto. Il patto Molotov-Ribbentrop e la falsificazione della storia, Il Mulino, Bologna 2022, pp. 34-35. 

P. Giunta La Spada, Italia, 8 settembre 1943. Autobiografia di una nazione, Affinità elettive, Ancona 2023, pp. 88-89. 

Il testo integrale di Molotov si trova in V. M. Molotov, Sulla politica estera dell’Unione sovietica, Edizione russa in lingue estere (italiano), Istituto per gli studi  di politica internazionale, Roma 1940.

[2] A Katyn, nei pressi di Smolensk, nella Primavera del 1940 circa 15.000 ufficiali, giornalisti, intellettuali, dissidenti furono deportati in una foresta e uccisi brutalmente dai sovietici. La strage fu ammessa dalle autorità russe solo nel 1990. Altri 7.300 polacchi furono uccisi nello stesso periodo nelle prigioni ucraine e bielorusse portando il totale delle vittime a circa 22.000. Altre migliaia di polacchi e ucraini furono deportati in Siberia e in altri campi della parte asiatica dell’URSS.  G. Sanford, Katyn e l’eccidio sovietico del 1940. Verità, giustizia e memoria, UTET, Milano 2007